Corriere Canadese

TORONTO - No, non c’è “nessuna crisi internazionale”, nemmeno una “crisi nelle relazioni Israele-Usa”. L’ultimo voto al Consiglio di Sicurezza, che riguarda la legittimità degli insediamenti in quelli che sono stati considerati territori occupati da Israele, non è arrivato all’improvviso.
Era la fine di un percorso iniziato settimane prima, se non addirittura mesi. Il risultato è stato ugualmente prevedibile - eccetto che, questa volta, gli Usa hanno scelto di non esercitare il veto a favore di Israele. Gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Inghilterra, Cina, Francia e Russia) non hanno mai esitato “ad essere più oggettivi” degli Usa. La decisione non sarà invertita. Questo spiega, in parte, perché Bibi Netanyahu, primo ministro israeliano, ha perso il controllo nelle sue dichiarazioni verso il presidente Barack Obama e gli Stati Uniti per la loro decisione di fermare il loro tradizionale approccio all’insegna del “non importa cosa, Israele ha ragione”. Bibi lo ha dato sempre per scontato, a prescindere da tutti i segnali americani che suggerivano il contrario.
C’è amarezza. Ma non ci sarà una guerra. Né ci sarà una crescita del terrorismo. I negoziati con i palestinesi saranno più difficili per lui. Ora lui si mostra pronto a gestire la crisi, pieno di rancore e pronto a incolpare chiunque fuorché se stesso. Se è stato d’aiuto in una delle crisi reali che hanno portato alla guerra, alla devastazione e ai tumulti socio-politica nel Medio Oriente durante gli ultimi due mandati presidenziali americani, non è certo nel campo della conoscenza che può essere condivisa senza compromettere la Sicurezza Nazionale. 
Nel disgelo delle relazioni tra Iran e Usa, è stato sostanzialmente inutile. Infatti, non ha perso occasione per denunciarle completamente. Il suo silenzio sulla partecipazione russa nella guerra civile siriana - al confine con Israele - dimostra la sua mancanza di preoccupazione per le questioni umanitarie e per la dislocazione politica degli Usa nella loro “tradizionale sfera di influenza”.  
L’amministrazione Obama  potrebbe aver fatto un grosso favore alla prossima amministrazione Trump (che si presenta come ricca di realizzatori di accordi) - “cosa porta al tavolo Israele?”. Gli sforzi di Bibi per delegittimare e denigrare il voto  probabilmente non accresceranno la sua posizione da nessuna parte. Non hanno certo scaldato i cuori degli ambasciatori dislocati in Israele dalle 15 Nazioni sedute attorno al tavolo del Consiglio di Sicurezza, proprio il giorno di Natale, convocati per spiegare le loro posizioni.
Quello che spera di dimostrare facendo la vittima con richiami al ’’tradimento’’ e “all’avere evidenze a prova di bomba” di questo (non specificate fonti arabe, gente che è stata descritta come geneticamente incapace di distinguere i fatti dalla finzione) non lo sa nessuno.
Eccetto che la sua audience è quasi esclusivamente il suo elettorato a casa. 
O i suoi donatori nella Diaspora. Nelle elezioni che hanno portato al 19esimo Knesset (Parlamento), il quotidiano di Gerusalemme Ha’aretz ha riportato che 44 dei 47 donatori della campagna di Bibi venivano dai fuori dei confini israeliani.
Forse quei donatori hanno Trump da portare a Bibi. Essi potrebbero volere anche il rimborso dell’accordo sulle armi da 38 miliardi di dollari Usa in dieci anni recentemente donato da Obama a Israele.

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Joseph Volpe

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