Corriere Canadese

 
TORONTO - Nicola Sparano, il decano dei giornalisti sportivi del Canada, si è guadagnato la standing ovation quando ha fatto il riassunto, diretto e coinciso, dello stato di salute del soccer a Toronto durante una serata di gala organizzata per celebrare coloro che hanno costruito il soccer in questa città. Attenzione,  la maggior parte dei presenti era della generazione dei “gloriosi tempi andati”. Quei giorni quando i giovani uomini entravano in campo per la “gloria di Dio e della Nazione”.  
Giorni nei quali con pochi soldi si potevano raggiungere grandi risultati. Quando i datori di lavoro facevano a gara per offrire impieghi part time con paghe a tempo pieno per sussidiare il talento sul campo da gioco. Quando club come i Polish White Eagles, i Serbian White Eagles, il Toronto Italia, il Roma Club da Niagara Falls, i Metros Croatia e altri lavoravano per stabilire quella che sarebbe poi diventata la Eastern Pro League e il suo successore North America Soccer League.
Questo attrasse qualità e talento sul campo da gioco. Eusebio giocò con i nostri Bob Iarusci e Carmen Marcantonio quando Toronto (Metro-Croazia) vinse il NASL Soccer Bowl nel 1976.
Roberto Bettega ha rilanciato la sua carriera a Toronto. I fans lo amavano. E lui contraccambiò, rendendosi sempre disponibile ai fan e ai social club quando altri invece trovano scuse per essere da un’altra parte. Divenne un ambasciatore del calcio, e i fan italiani mantennero in vita il calcio in Canada.
A dire il vero, altri gruppi etnici come quelli menzionati prima (tra gli altri) pretendevano che vi fossero grandi giocatori sul campo.
Franz Beckenbauer, Giorgio Chinaglia, Pelè e (ancora) il nostro Bob Iarusci regalarono grandi emozioni calcistiche ai New York Cosmos, riempiendo fino all’ultimo posto stadi quando né i New York Giants, né i loro rivali Jets, erano in grado di farlo. Ma il football americano aveva gigantesche entrate dalla Tv e superbe strategie di marketing.
Toronto aveva solamente fan leali e che se ne intendevano, grazie a gente come Tino Baxa, che Sparano ha riconosciuto essere stato il suo maestro, e l’ex business partner/broadcaster Emilio Mascia, che portò le finali della Coppa del Mondo in Canada sulla tv satellitare in 1978 e nel 1982. 
Poi regalò le finali alla CBC perché voleva che tutti i canadesi potessero godersi il gioco che tutto il mondo ama.
Ma il soccer non poteva togliersi di dosso l’immagine di sport etnico, che dipendeva dal sostegno di una comunità etnica o di un’altra per la sua sopravvivenza.
Un’appendice, per così dire, al principale modello di business - da coltivare nel modo in cui i grandi imperi del passato, romano e britannico, avevano fatto: dividi e sfrutta.
Il gioco e la sua base di fan sono più importanti dei precedenti proprietari e dei loro amministratori che si lamentano che la base di fan non è “reattiva” come dovrebbe essere.
Loro preferiscono tifosi che accettano tutto, che si comprano la felpa della squadra rispetto a chi invece chiede qualità e classe in cambio della loro lealtà.
Gli italocanadesi, ad esempio, erano i responsabili per assicurare i fondi necessari per costruire quello che oggi è lo stadio BMO. Nel fare questo furono in grado di garantirsi il mondiale Fifa under 20 per il Canada nel 2007, e con quello, la validazione della franchigia TFC.
Senza lo stadio, la franchigia correva il rischio di collassare o di vedersi un aumento nella tariffa per la franchigia di 10 milioni di dollari - un aumento del 40% che avrebbe messo in pericolo l’entrata di Toronto nella MLS.
Adesso che funziona  a pieno regime, il modello di business sembra essere cambiato.
L’aspettativa del Club è meglio caratterizzata nel dire “lo abbiamo costruito; ora è la vostra responsabilità venirci”. I veri fan, come quelli indicati prima, lavorano sotto un’aspettativa arcana che la Franchigia (proprietà e giocatori) possa raggiungere la comunità. Immaginiamo la loro sorpresa alla risposta di TFC quando agli organizzatori del Soccer Wall of Fame è stato detto che Giovinco non avrebbe preso parte all’evento come da loro richiesto.
Giovinco, per chi non lo conosce o non si interessa, è la star che gioca con il TFC nella MLS, un grosso passo avanti rispetto al “bloody big deal” del transfugo dalla Premier League inglese tre anni fa.
È nel suo e nel loro diritto dire sì o no grazie. In una email - della quale il Corriere è in possesso di una copia - un rappresentante del TFC ha suggerito che vi sia una correlazione tra il livello di supporto della comunità italiana e la risposta negativa. 
Avventato, forse. Noi (io personalmente) abbiamo chiamato per un chiarimento su come il dipartimento marketing avesse verificato la provenienza etnica di chi acquista i biglietti. Non lo aveva fatto. Si stavano riferendo alla abilità di certe organizzazioni - quattro, nello specifico - di portare gli spettatori previsti su alcune “notti culturali”. I suggerito che il loro network avesse bisogno di un update, visto che il Corriere Canadese e il suo staff sono connessi continuamente con circa 350 e più organizzazioni oltre a quelle quattro. Probabilmente c’è un numero addizionale uguale nel database del TFC.
Caso chiuso. O così pensavo, fino a quando dal dipartimento delle Comunicazioni ha deciso di gettare benzina sul fuoco, suggerendo che noi facevamo affidamento su informazioni di terza mano, che non avevamo diritto ad avere quella email, che io non mi ero identificato propriamente come colui stava lavorando sulla storia.
Quanta arroganza. Nessuno dei quattro gruppi prima citati sono amici del Corriere Canadese. Tuttavia sono italocanadesi. 
Un consiglio per loro: la prossima volta che TFC o qualche altra organizzazione del meanstream vi chiamerà, chiedete forti sconti. Il loro prodotto e la loro classe sono sopravvalutati e il vostro valore sottovaluto.

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Joseph Volpe

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