Corriere Canadese

 TORONTO - È iniziata ieri la marcia di avvicinamento di Justin Trudeau al G20 tedesco. Il primo ministro si è incontrato a Dublino con la controparte irlandese Taoiseach Leo Varadkar per fare il punto della situazione sul trattato di libero scambio tra il Canada e l’Unione europea entrato in vigore in via provvisoria - in attesa dell’approvazione definitiva da parte di tutti i parlamenti dell’Ue - che avrà una portata rivoluzionaria nell’interscambio e nei rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. “Il Ceta - ha dichiarato Trudeau durante una conferenza stampa congiunta ai margini del meeting - darà alle imprese canadesi e irlandesi un maggiore accesso ai rispettivi mercati. Porterà una significativa crescita economica, quel tipo di crescita che avrà ripercussioni positive per tutti i cittadini e non solo per i più ricchi”.

Ma è stato il primo ministro irlandese ad andare a toccare un nervo scoperto, quello dei problematici rapporti del Canada con gli Stati Uniti di Trump paragonabili a quelli dell’Irlanda con la Gran Bretagna del post Brexit. “Se è vero che il Canada è un Paese molto grande - ha sottolineato Varadkar - e l’Irlanda è piccola, entrambi i Paesi presentano delle similitudini. Una di queste è che i nostri vicini hanno deciso da un po’ di tempo di andare verso un’altra direzione”. Una direzione che si contrappone all’allargamento dei mercati attraverso trattati commerciali e che, al contrario, è caratterizzata dalla chiusura delle frontiere e dall’isolazionismo.
Il nodo in questione verrà sicuramente affrontato anche al G20 di Amburgo, in programma venerdì e sabato, dove il fronte dell’apertura guidato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel si dovrà confrontare con l’inquilino della Casa Bianca.
Ma sul tavolo della discussione dei Grandi della Terra ci saranno anche altri temi, a partire dall’ambiente e dalla lotta ai cambiamenti climatici. Qui si dovrà ripartire dallo strappo americano sul clima sancito al G7 di Taormina che ha portato gli Stati Uniti a fare un passo indietro e tirarsi fuori dagli accordi di Parigi. Le diplomazie da alcune settimane sono al lavoro per cercare di ricucire, anche se la posizione di Donald Trump su questo tema rimane abbastanza netta: gli accordi - è questa la sua tesi - danneggiano l’economia americana e per questo motivo gli Stati Uniti non parteciperanno allo sforzo collettivo della comunità internazionale di riduzione delle emissioni di gas inquinanti. O meglio, lo faranno ma non secondo la tabella di marcia approvata al vertice parigino alla fine del 2015.
Altro tema caldo sarà quello della sicurezza e del clima di instabilità creato dal terrorismo. Anche in questo caso la discussione dovrà verterà soprattutto sulle differenze strategiche dei 20 Grandi, con un focus sul conflitto siriano e la conseguente lotta all’Isis e sulla fragilissima situazione politica in Libia, che rischia di diventare il nuovo fronte caldo dello scacchiere geopolitico mondiale, con le pesanti conseguenze anche sul fronte della crisi dei migranti nel Mediterraneo.

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Francesco Veronesi

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