Corriere Canadese

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TORONTO - Saranno due i delegati della circoscrizione Centro Nord America che il 9 aprile prossimo parteciperanno alla Convenzione nazionale del Partito democratico in cui saranno ufficializzati i partecipanti alle primarie del 30 aprile per eleggere il nuovo segretario del Pd.

TORONTO - C’è chi scommette sulla fine della legislatura. C’è chi punta a giugno, intravedendo un’accelerazione di Matteo Renzi subito dopo le amministrative e il Congresso del Pd.

ROMA - Terremoto in casa Pd. Matteo Renzi segretario dimissionario, scissione a un passo, governo Gentiloni in difficoltà. Questo lo scenario che si apre dopo l’assemblea dem di domenica. Per ora non c’è la conferma ultima della scissione, ma i segnali giunti anche ieri portano il partito verso quella direzione. “Se la mia candidatura è in grado di far ripensare chi ha preso la strada della scissione, io sono in campo, più importante di noi è il destino del Pd” ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Intanto la minoranza Pd non parteciperà alla Direzione dem convocata per oggi. “Non parteciperemo perché la Direzione eleggerà la commissione per il congresso e noi non intendiamo farne parte perché non condividiamo il percorso avviato” si legge in una nota.
La rottura dovrebbe materializzarsi oggi, dopo la Direzione. Quella la deadline per capire se anche Michele Emiliano sarà della partita insieme alla minoranza ed Enrico Rossi. Per tutta la giornata il dialogo tra gli scissionisti è proseguito. Ma non c’è un punto di caduta unitario. 
I bersaniani e il governatore della Toscana hanno ormai imboccato una strada senza ritorno. Mentre per il presidente della Regione Puglia i giochi non sono del tutto chiusi.
Sebbene dalla cerchia renziana non arrivi alcun segnale sulle richieste di Emiliano tra conferenza programmatica e tempi più rallentati del congresso. 
Dice un big della maggioranza Pd: “Quello che Renzi aveva da dire, lo ha detto ieri all’assemblea. Se Emiliano vuole partecipare al congresso, bene. Altrimenti farà le sue scelte... Non è che noi possiamo fermarci per Emiliano”. 
Il percorso non prevede scarti. Tanto che Renzi oggi nemmeno dovrebbe partecipare alla Direzione. Quello che il segretario dimissionario aveva da dire, appunto, è stato detto.
I renziani, intanto, fanno i conti su quanti potrebbero essere i fuoriusciti in Parlamento. Tra i 30 e i 48 alla Camera, circa 20-22 al Senato, sono i numeri che fanno nella maggioranza dem. 
Qualcosa in più se anche Emiliano seguirà i bersaniani: Francesco Boccia e Dario Ginefra, sono due parlamentari vicini al presidente della Puglia. Mentre al Senato potrebbero aggiungersi la bindiana Nerina Dirindindin, Walter Tocci e forse l’ex Corradino Mineo. Numeri che potrebbero allargarsi però alla Camera con l’apporto dei parlamentari di Arturo Scotto. Ma non a palazzo Madama dove la compagine di Sinistra Italiana è schierata tutta con Nicola Fratoianni.
LETTA - “Non può finire così. Guardo attonito al cupio dissolvi del Pd . Mi dico che non può finire così. Non deve finire così”. Lo scrive Enrico Letta su Facebook.
“Mentre tutto a Roma sembra finire mi guardo indietro. Voglio dire con forza che non rinnego, anzi sento forte l’orgoglio di aver partecipato alla nascita dell’Ulivo prima e del Pd poi. Quella è una storia positiva. Lo è stata grazie ai suoi gruppi dirigenti e nonostante i suoi gruppi dirigenti”, scrive l’ex premier.
ROSSI - “Io mi auguro che con Emiliano si possa andare avanti, poi sta a lui prendere decisioni e assumersi responsabilità” ha detto il governatore della Toscana Enrico Rossi. “Ieri (domenica, ndr) abbiamo firmato un documento che dice che Renzi ha provocato la scissione. Io penso che bisogna essere conseguenti - ha aggiunto - Ormai mi considero fuori dal Pd. Non c’è più possibilità e credo che sia necessario far cessare questo tormentone. Ormai il Pd è il partito di Renzi e non c’è spazio per alcuna dialettica".
SPERANZA - “Ci aspettavamo che nella replica di Renzi ci fosse un messaggio di riapertura di una discussione e questo non è avvenuto - ha sottolineato Roberto Speranza - Renzi ha fatto una scelta molto chiara che va nella direzione di rompere il Pd. Questo mi amareggia molto e chiaramente apre dentro di noi una riflessione. In questo momento, da parte mia, non ci sono le condizioni per stare nel congresso”.
“In queste ore stiamo parlando di scissione - ha ribadito - ma di fatto c’è già stata la scissione. Molti mi dicono che non ce la fanno più a stare in questo partito. Allora, o c’è spazio per ricucire le fratture dentro il Pd oppure non vale la pena di fare il congresso” ha concluso.
DAMIANO - Cesare Damiano, parlando con i cronisti alla Camera, oggi ha spiegato che sono in corso colloqui per verificare la possibilità di creare una nuova area alternativa a Matteo Renzi e che possa esprimere una eventuale candidatura alla segreteria del Pd: “Ci siamo sentiti con Cuperlo, Orlando e altri. In queste ore ci sono moltissimi contatti..”.
TORONTO - «Tutto il sostegno al governo e a Renzi come segretario, ma ritengo che vada fatto un congresso nel modo giusto». Francesca La Marca è reduce dalla direzione del Pd di lunedì in cui il partito ha fatto un passo forse decisivo verso la scissione. E proprio di questa situazione parla al Corriere, mostrandosi tra coloro che cercano di mediare tra maggioranza e minoranza Dem. 
«Ho apprezzato gli interventi di Bersani e Orlando ma anche quello di Renzi che si è giocato molto bene le sue carte. Ha fatto un intervento molto concreto e comunque è e rimane il segretario» spiega la deputata torontina eletta nella circoscrizione Centro-Nord America.
«Condivido la decisione di fare il congresso - dice La Marca - ma allo stesso tempo capisco la necessità della minoranza di avere delle certezze e di poter dare all’elettorato delle date precise». Che, aggiunge, «deciderà l’assemblea nel fine settimana».
Nella direzione di lunedì sono emerse due posizioni ben distinte dentro al partito. Da una parte la maggioranza, che punta a un congresso rapido che si concluda, in pratica, con delle primarie aperte che legittimino nuovamente il segretario. Dall’altra la minoranza che chiede un congresso in tempi più lunghi dove sia possibile costruire un’alternativa programmatica per mettere in difficoltà Renzi puntando a modificare l’indirizzo politico del partito. 
«Non condivido il mettere in difficoltà il segretario» precisa La Marca, secondo la quale però «un congresso fatto con calma, dove ci si confronta» è «indispensabile, invece che fare le cose in fretta». 
L’accelerata imposta lunedì da Renzi e votata in modo schiacciante dalla direzione però, sembra portare dritta alla scissione della minoranza. Una conclusione che la deputata torontina vorrebbe evitare, anche per le ripercussioni che questa scaricherebbe sul partito qui in Canada.
«Voglio sperare che la scissione non ci sia - dice La Marca - Se ne parla, ma il Pd ne sarebbe indebolito e non voglio pensare a quello che succederebbe anche in Canada. Vediamo quello che succede nei prossimi giorni, dopo l’Assemblea ne sapremo qualcosa in più».
Certo è che un’eventuale scissione segnerebbe le sorti del governo guidato da Paolo Gentiloni. Ma qui La Marca rassicura, spiegando che «la mia sensazione personale è che si andrà a votare alla scadenza naturale della legislatura».
Decisamente più netto invece il suo predecessore, l’ex deputato e oggi presidente del Pd Canada, Gino Bucchino, che si dice «davvero dispiaciuto» per la situazione del partito pur precisando di parlare a titolo personale. Dopo aver condannato l’atteggiamento «assolutamente irrispettoso del segretario verso gli altri» Bucchino ammette che «non sappiamo quali possano essere le conseguenze» di una scissione «che mi sembra molto probabile a questo punto». 
«Il segretario sa di avere i numeri nella direzione - spiega l’ex deputato - ma non so se il resto del Paese che si riconosce nel Pd sta con lui. Io non credo». 
In questo Bucchino sta con Bersani, perché «non si può fare adesso un congresso alla spicciolata, con queste minacce perché lui (Renzi, ndr) si sente sicuro di vincere». L’impressione però è che entrambe le parti vogliano la scissione, e che ognuna cerchi di dare la colpa all’altra. Ma cosa succederebbe in caso di separazione? 
«Non ne ho la più pallida idea - dice Bucchino - spero cose buone, perché a volte è necessario rompere tutto per costruire e uscire da una situazione di stallo che può essere dannosa. Forse è un bene».
Resta l’incognita su cosa succederà all’estero, dove il Pd è senza dubbio il partito più forte e strutturato. E sono in ballo milioni di voti. 
«Cosa succede se viene fuori una scissione? Si fa un partito? E questo partito fa una sua lista anche per quanto riguarda l’estero? E la nuova corrente presenterà i suoi candidati all’estero? Non lo so» ammette sconsolato l'ex deputato.
La verità, spiega ancora Bucchino, è che «si va verso guai interminabili». «Renzi doveva dare una fiducia affermata al governo Gentiloni - spiega riferendosi alla bocciatura della mozione della minoranza in cui si chiedeva di dichiarare la fiducia all’esecutivo fino al termine della legislatura - altrimenti cosa vuol dire? È uno “stai sereno” bis (la frase che Renzi disse a Letta pochi giorni prima di sostituirlo a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo, ndr)? Come può dire lui che “chi perde se ne deve andare” se proprio lui dopo che ha perso (il referendum costituzionale, ndr) non se n’è andato? Ma di che parla?». «Dovremmo iniziare a prendere esempio dagli altri Paesi - continua Bucchino - Ha più sentito nominare Cameron dopo la Brexit? È scomparso».
Sul fronte canadese Bucchino sembra soddisfatto del circolo di Toronto che «si sta attivando» e dove c'è «un movimento positivo», ma la sua delusione è troppo forte. «Sono pronto a lasciare - ammette - non me la sento di restare in questo tipo di Pd».  Anche perché è difficile trovare un avversario credibile che contenda la leadership a Renzi e renda possibile una svolta.
«Mi sento fortemente a disagio a stare in questo partito - conclude - e non potendo partecipare voglio citare Eco: “Se non possiamo essere protagonisti cerchiamo di essere osservatori responsabili”».
TORONTO - La notizia del licenziamento del Gran Maestro dell’Ordine di Malta, l’inglese Matthew Festing ha fatto il giro del mondo ed è stata riportata con risalto anche dal Corriere Canadese. Il magniloquente titolo ufficiale dell’Ordine di Malta è “Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme.di Rodi e di Malta” ed il Gran Maestro viene indicato come “Sua molto eminente Altezza e Gran Maestro dell’Ordine di Malta.” 
L’Ordine è un bastione della Chiesa cattolica . Le sue origini risalgono al 1089. Nel 1113 fu reso sovrano dal papa Pasquale II. In seguito l’Ordine acquistò territori a Rodi e dal 1530 governò Malta fino al 1798 quando Napoleone conquistò l’isola. 
Il licenziamento di Festing potrebbe sembrare un evento persino triviale, in un mondo dove ogni giorno avvengono dimissioni licenziamenti, estromissioni per le più svariate ragioni e talora senza ragioni. 
Tuttavia il licenziamento affonda le sue radici nel clima nervoso che caratterizza le vicende della chiesa dall’elezione elezione di Papa Francesco, nel 2013.
Papa Bergoglio ha scompigliato le carte per cosi dire. Ha reso subito chiaro di volere una chiesa diversa, aderente ai dettati del Concilio Vaticano Secondo, una chiesa ancorata al Vangelo ma aperta al mondo moderno, una chiesa povera per i poveri, una chiesa che non ricerca “il potere malattia del profitto mondano”. 
Ha indetto il giubileo della misericordia perché Dio è misericordioso e perdona tutti anche i peccati ritenuti gravi come il divorzio, perché: “Anche costoro sono persone - figli di Dio - che hanno diritto di cittadinanza nella chiesa”.
Papa Francesco si rende conto che fare il papa dopo il Concilio Vaticano secondo non è cosa facile. Prima il papa era anche re e dal 1870 infallibile. Quindi tutti dovevano obbedire. Dopo il Vaticano secondo, il Papa ha dovuto trasformare anche il modo di fare il suo mestiere che è molto complicato perché la chiesa è sempre meno governata solo dal Papa.
Le decisioni vengono prese consensualmente dai vescovi di tutto il mondo, riuniti nel Sinodo. La chiesa riflette le esigenze dei cattolici di ogni continente e la Curia Romana che per secoli si è considerata il centro della chiesa, da Papa Francesco viene riorganizzata per servire i fedeli, anzicche’ per farsi servire.
A parte la Curia Romana che mal digerisce la rivoluzione di Bergoglio non tutti sono con Papa Francesco anche vescovi e cardinali, con sensibilità diverse, tra cui ci sono anche quelli che manifestano dissenso apertamente, come ci sono anche opportunisti che siedono sulla siepe per vedere che vento tira.
Ma fin dall’inizio si è organizzata l’opposizione dei tradizionalisti alle scelte progressiste di papa Francesco.
Ad alcuni non piace lo stile del papa che abbraccia i barboni ed i poveri, ad altri non piace la scelta della povertà della chiesa.
Per alcuni l’opposizione è ideologica, per altri è questione di potere.
In vista del Sinodo dello scorso ottobre i tradizionalisti e dieci cardinali si sono organizzati, hanno consegnato,fatto inaudito, una lettera al Papa il primo giorno del sinodo, criticando la gestione del Sinodo e denunciando le aperture progressiste dei teologi vicini al papa che proponevano di concedere la comunione ai divorziati risposati e l’apertura alle unioni civili per le coppie omosessuali.
Altri hanno criticato il viaggio del papa in Svezia per commemorare il 500° anniversario della riforma protestante iniziata da Lutero che secondo Papa Francesco “ha fatto un grande passo per mettere la parola di Dio nelle mani del popolo”.
L’opposizione a Papa Francesco viene anche da altri fronti. Ha voluto riformare la banca Vaticana lo IOR rendendola pulita e trasparente. Non è andata giù alla Curia ed hanno cercato in tutti i modo di non mollare il tesoro. 
Sostenuta è infine l’opposizione più insidiosa. Nello Scavo giornalista dell’Avvenire nel suo libro I nemici di Francesco ha scritto che a sostenere i neocon contro Bergoglio sono uomini come l’ex vicepresidente Dick Cheney ed i capitali forniti dal colosso Haliburton.
“Bastano questi due nomi per farsi un’idea degli ambienti antipapisti a stelle e strisce da cui partono alcuni degli attacchi a Bergoglio.” 
Per ora il papa resiste conscio del vespaio in cui è finito. Fare il papa è duro, farlo come Papa Francesco è eroico.