Corriere Canadese

TORONTO - «Tutto il sostegno al governo e a Renzi come segretario, ma ritengo che vada fatto un congresso nel modo giusto». Francesca La Marca è reduce dalla direzione del Pd di lunedì in cui il partito ha fatto un passo forse decisivo verso la scissione. E proprio di questa situazione parla al Corriere, mostrandosi tra coloro che cercano di mediare tra maggioranza e minoranza Dem. 
«Ho apprezzato gli interventi di Bersani e Orlando ma anche quello di Renzi che si è giocato molto bene le sue carte. Ha fatto un intervento molto concreto e comunque è e rimane il segretario» spiega la deputata torontina eletta nella circoscrizione Centro-Nord America.
«Condivido la decisione di fare il congresso - dice La Marca - ma allo stesso tempo capisco la necessità della minoranza di avere delle certezze e di poter dare all’elettorato delle date precise». Che, aggiunge, «deciderà l’assemblea nel fine settimana».
Nella direzione di lunedì sono emerse due posizioni ben distinte dentro al partito. Da una parte la maggioranza, che punta a un congresso rapido che si concluda, in pratica, con delle primarie aperte che legittimino nuovamente il segretario. Dall’altra la minoranza che chiede un congresso in tempi più lunghi dove sia possibile costruire un’alternativa programmatica per mettere in difficoltà Renzi puntando a modificare l’indirizzo politico del partito. 
«Non condivido il mettere in difficoltà il segretario» precisa La Marca, secondo la quale però «un congresso fatto con calma, dove ci si confronta» è «indispensabile, invece che fare le cose in fretta». 
L’accelerata imposta lunedì da Renzi e votata in modo schiacciante dalla direzione però, sembra portare dritta alla scissione della minoranza. Una conclusione che la deputata torontina vorrebbe evitare, anche per le ripercussioni che questa scaricherebbe sul partito qui in Canada.
«Voglio sperare che la scissione non ci sia - dice La Marca - Se ne parla, ma il Pd ne sarebbe indebolito e non voglio pensare a quello che succederebbe anche in Canada. Vediamo quello che succede nei prossimi giorni, dopo l’Assemblea ne sapremo qualcosa in più».
Certo è che un’eventuale scissione segnerebbe le sorti del governo guidato da Paolo Gentiloni. Ma qui La Marca rassicura, spiegando che «la mia sensazione personale è che si andrà a votare alla scadenza naturale della legislatura».
Decisamente più netto invece il suo predecessore, l’ex deputato e oggi presidente del Pd Canada, Gino Bucchino, che si dice «davvero dispiaciuto» per la situazione del partito pur precisando di parlare a titolo personale. Dopo aver condannato l’atteggiamento «assolutamente irrispettoso del segretario verso gli altri» Bucchino ammette che «non sappiamo quali possano essere le conseguenze» di una scissione «che mi sembra molto probabile a questo punto». 
«Il segretario sa di avere i numeri nella direzione - spiega l’ex deputato - ma non so se il resto del Paese che si riconosce nel Pd sta con lui. Io non credo». 
In questo Bucchino sta con Bersani, perché «non si può fare adesso un congresso alla spicciolata, con queste minacce perché lui (Renzi, ndr) si sente sicuro di vincere». L’impressione però è che entrambe le parti vogliano la scissione, e che ognuna cerchi di dare la colpa all’altra. Ma cosa succederebbe in caso di separazione? 
«Non ne ho la più pallida idea - dice Bucchino - spero cose buone, perché a volte è necessario rompere tutto per costruire e uscire da una situazione di stallo che può essere dannosa. Forse è un bene».
Resta l’incognita su cosa succederà all’estero, dove il Pd è senza dubbio il partito più forte e strutturato. E sono in ballo milioni di voti. 
«Cosa succede se viene fuori una scissione? Si fa un partito? E questo partito fa una sua lista anche per quanto riguarda l’estero? E la nuova corrente presenterà i suoi candidati all’estero? Non lo so» ammette sconsolato l'ex deputato.
La verità, spiega ancora Bucchino, è che «si va verso guai interminabili». «Renzi doveva dare una fiducia affermata al governo Gentiloni - spiega riferendosi alla bocciatura della mozione della minoranza in cui si chiedeva di dichiarare la fiducia all’esecutivo fino al termine della legislatura - altrimenti cosa vuol dire? È uno “stai sereno” bis (la frase che Renzi disse a Letta pochi giorni prima di sostituirlo a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo, ndr)? Come può dire lui che “chi perde se ne deve andare” se proprio lui dopo che ha perso (il referendum costituzionale, ndr) non se n’è andato? Ma di che parla?». «Dovremmo iniziare a prendere esempio dagli altri Paesi - continua Bucchino - Ha più sentito nominare Cameron dopo la Brexit? È scomparso».
Sul fronte canadese Bucchino sembra soddisfatto del circolo di Toronto che «si sta attivando» e dove c'è «un movimento positivo», ma la sua delusione è troppo forte. «Sono pronto a lasciare - ammette - non me la sento di restare in questo tipo di Pd».  Anche perché è difficile trovare un avversario credibile che contenda la leadership a Renzi e renda possibile una svolta.
«Mi sento fortemente a disagio a stare in questo partito - conclude - e non potendo partecipare voglio citare Eco: “Se non possiamo essere protagonisti cerchiamo di essere osservatori responsabili”».

About the Author

Leonardo N. Molinelli

Leonardo N. Molinelli

More articles from this author