Corriere Canadese

Cultura e Spettacoli

Photocredits: Shen Yun Performing Arts

TORONTO - Shen Yun, tradotto alla lettera, vuol dire “la bellezza degli esseri divini danzanti”.  Shen Yun è una compagnia di danza e musica classica cinese fondata a New York nel 2006. Shen Yun usa una varietà di tecniche teatrali e artistiche per narrare antiche storie e leggende cinesi, alcune delle quali risalgono al periodo delle dinastie Tang e Song (c. 5000 A.C.). 
 
Lo scorso mercoledì abbiamo assistito a uno dei loro spettacoli presso il teatro Performing Arts di Missississauga.  Tra i magnifici scenari a colori vibranti, gli eleganti costumi fatti a mano, e la squisita musica a livello internazionale, coadiuvati da modernissime tecniche da palcoscenico, uno non può non notare il forte messaggio politico e religioso.
Tra il susseguirsi delle bellissime danze che descrivevano antichi miti della cultura cinese, tra i quali la danza dei piatti della Mongolia, i tamburi tibetani,  la danza delle maniche della dinastia degli Han, e la danza folkloristica dei fazzoletti yang ge – i ballerini e gli artisti di Shen Yun hanno fatto rivivere in modo abbastanza eloquente, la persecuzione che la gente cinese a subito sotto il regime comunista.  Nei numeri “Child’s Choice” e “Boundless Compassion”, la troupe ha messo in scena i massacri sofferti dai seguaci del movimento Falun Dafa nel 1999, persecuzione che ancora continua ai nostri giorni.   Il tenore-autore Tian Ge, nel brano a sfondo politico-religioso “The Wish”, che ha composto lui stesso, ci ricorda che “stato sociale e ricchezze valgono nulla alla fine dei nostri giorni”, e che la vera ragione del nostro essere, va di là dai nostri giorni, come insegnano i precetti della Falun Dafa.  Il presentatore non sorprende perciò il pubblico quando afferma che ancora oggi queste rappresentazioni sono proibite in Cina dove praticare apertamente la propria religione è vietato e dove tuttora la cultura tradizionale cinese viene metodicamente eradicata. 
Non è la prima volta e non sarà  certamente l’ultima che artisti come quelli della compagna  Shen Yun si avvalgono dell’arte come  espressione di libertà e di resistenza politica.   Dalla nostra storia del Risorgimento, tra i tanti, ricordiamo le implicazioni politiche delle opere di Giuseppe Verdi.  Però, se la storia e l’arte d’Italia sono state attentamente preservate, l’antica cultura cinese è stata annullata.  Coloro che tentano apertamente di praticare la propria religione in Cina, sia essa il Cattolicesimo, il Buddismo, oppure il Falun Dafa, rischiano la persecuzione, l’arresto e la prigione.  Per far centro sulla gravità della situazione, basta solo considerare che il Dalai Lama è dal 1959 che vive in esilio.
Shen Yun è un impeto dunque sia per la preservazione sia per l’innovazione.  Gli artisti tradizionali cinesi credevano che essere virtuosi è un elemento essenziale dell’artista poiché’ l’arte celebra ed esprime le forme divine. Fedele a questa tradizione, gli artisti di Shen Yun non si dedicano solamente allo studio dell’arte, ma anche alla devozione spirituale ed alla meditazione.  In questo modo non solo ballerini e musicisti mettono in scena antiche rappresentazioni della cultura cinese, ma con il loro modo di vivere, partecipano attivamente alla preservazione di questi elementi culturali.
Essere presenti a questo spettacolo, ricorda a tutti noi che viviamo in Canada, di quanto dobbiamo essere grati di poter liberamente osservare la nostra religione.  Assieme alle sensazioni di stupore e meraviglia che ho vissuto attraverso la bellezza e le  complessità della cultura cinese, ho anche sentito un senso di impotenza nel poter aiutare coloro che vengono perseguitati in Cina.  La realtà della persecuzione che avviene in molte nazioni oggigiorno dovrebbe ancor di più renderci custodi dei diritti e delle libertà che noi tutti abbiamo.
 
 
Sebastiano Bazzichetto
 
TORONTO - La compagnia di Gesù venne fondata da Ignazio de Loyola nel 1534 a Parigi per essere poi approvata da Papa Paolo III nel 1540. In soli cinquant’anni i Gesuiti sarebbero diventati consiglieri e ministri di principi e monarchi, avrebbero incantato gli imperatori della Cina con gli orologi meccanici e avrebbero portato dalle Americhe la passiflora, poi coltivata nelle terre romane.
Giovedì 19 gennaio, il professor Francesco Guardiani (Department of Italian Studies) terrà una lezione proprio sui Gesuiti per il “Toronto Renaissance and Reformation Colloquium”, co-sponsorizzata dall’Emilio Goggio Chair in Italian Studies. 
La conferenza toccherà l’autobiografia e le lettere di Ignazio, la stesura degli Esercizi Spirituali che divennero esercizi educativi con la “Ratio Studiorum” di Claudio Acquaviva nel 1599; infine presenterà un certo numero di “apostoli della modernità”, missionari italiani che hanno utilizzato quel libro e la sua innovativa funzione moderna di emancipazione culturale in Asia orientale e nelle Americhe.
 
(Giovedì 19 gennaio, ore 4pm, Senior Common Room, Victoria College, Toronto).
 
Riparte l’anno dell’Altra Italia con “Il racconto dei racconti” (“Tale of Tales”), film di Matteo Garrone presentato nel maggio 2015 a Cannes. La pellicola del regista italiano, conosciuto ed apprezzato dal grande pubblico per “L’imbalsamatore”, “Gomorra” e “Reality”,  presenta un cast internazionale di tutto rispetto, da Salma Hayek a Vincent Cassel passando per Tobey Jones.
L’incantevole racconto fiabesco che mette in scena Garrone affonda le proprie radici in una nobilissima fonte letteraria: vengono infatti liberamente adattate alcune storie da “Lo cunto de li cunti” del napoletano Giambattista Basile del 1636. Le fiabe sono tre: “La cerva bianca”, “La vecchia scorticata” e “La pulce”.
Il film è davvero imperdibile: presenta scenari e location di una bellezza mozzafiato, rapiti in un caleidoscopio di architetture e natura tutte italianissime ed i costumi nascono dal genio di Parrini, allievo di Piero Tosi (costumista del “Gattopardo” di Visconti) con una cura per i dettagli da vero storico dell’abbigliamento.
 
(Venerdì 20 gennaio, ore 7:00 pm Reception al “Maison Mercer” - ore 9:00 pm Proiezione al Tiff Bell Lightbox, 350 King St W, Toronto).
 
Sebastiano Bazzichetto
 
TORONTO - In un mondo in continuo movimento ed in una società in frenetica evoluzione (ed involuzione) uno degli elementi che più manca alle nostre esistenze è il tempo, padre di tutte le cose, secondo molti sociologi e psicologi contemporanei il lusso del nuovo millennio. Senza voler scomodare il classico adagio virgiliano e le sue Georgiche o la ricerca clinica ed esasperata di Proust, è chiaro a noi tutti che “tempus fugit”, e inesorabilmente.
Se qualcosa viene a mancare è di fatto qualcosa di cui non si può fare a meno e, con il linguaggio fotografico, è quello che Ljubodrag Andric esprime attraverso le immagini de “Il tempo necessario” presso la Galleria dell’Istituto italiano di cultura. Inaugurata il 30 novembre scorso, la mostra parla di luoghi, di colori e di luce: una luce che non definisce solamente le forme ma che è la vera protagonista degli scatti di Andric.
Nato a Belgrado nel 1965 da padre scrittore e drammaturgo e madre attrice, l’artista all’età di quindici anni inizia ad occuparsi di fotografia. Studia letteratura all’università di Belgrado prima di dedicarsi completamente all’arte fotografica. 
Dal 1986 vive a Roma per poi trasferirsi a Toronto nel 2002, dove risiede attualmente.
Nel 2016 una selezione di scatti è stata in mostra presso la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, dal 25 luglio al 2 ottobre, e alla Triennale di Milano, dal 2 agosto al 25 settembre. 
Una mostra dedicata al suo lavoro si aprirà inoltre al Musée des beaux-arts di Le Locle, Svizzera, nel febbraio di quest’anno.
Domani sera, l’artista parlerà dei suoi lavori in conversazione con la professoressa Marta Braun, docente presso la Ryerson University di Toronto. 
Seguirà un momento di domande e risposte tra l’artista ed il pubblico presente
 
(Mercoledì 11 gennaio, ore 18.30: Istituto italiano di cultura, 496 Huron Street, Toronto – Ingresso libero)