Corriere Canadese

Il 9 giugno al Cineplex di Vaughan - nella foto: Antonio Albanese e Paola Cortellesi, protagonisti di “Mamma o Papà?”
 
TORONTO - L’ICFF, il Festival del Cinema Contemporaneo Italiano in Canada, presenta - in anteprima Internazionale assoluta - il film Mamma o Papà?, in proiezione al Cineplex Cinemas di Vaughan.
Mamma o Papà? è un film che - nelle intenzioni del regista, Riccardo Milani - sembra voler prendere le distanze dal consolatorio e moraleggiante spirito della nuova commedia italiana. 
Questo film sciorina le proprie gag sulla base di un cinismo dichiarato, sfruttando la parossistica e assurda crudeltà dei genitori contro i figli come base per una comicità diversa. Nel ruolo dei carnefici protagonisti ben si adattano la versatile Paola Cortellesi ed un cinico ma altresì esilarante Antonio Albanese. 
Milani sembra voler infondere alla trama un proprio tratto caratteristico attraverso la scelta di un’inedita coppia, trovando i due attori pronti a gettarsi - senza esclusione di colpi - in questo gioco al massacro. 
Gli altri interpreti di questa commedia agrodolce si ritrovano alla mercé delle trovate atroci dei due comici, in un’escalation di angherie e dispetti che raggiunge irresistibili punte di divertimento. Cortellesi ed Albanese sembrano difatti prendersi sulle spalle l’intero film. 
Paola Cortellesi infatti è straordinariamente arguta e tagliente nella sua comicità, pur trovandosi davanti ad un personaggio più costruito e ad una recitazione articolata. Antonio Albanese, dal canto suo, grazie a trovate palesemente improvvisate e libero di dare sfogo alla propria cattiveria, risulta anch’egli un vero e proprio trascinatore di risate.
La morale del film è che madri e padri non si nasce, ma si diventa, ed essere capitani di un’arca che trasporta in mezzo ai flutti dell’infanzia e al diluvio dell’adolescenza due, tre o più esemplari della razza umana è una missione per cui non tutti sono portati. 
Se poi crescere i figli significa diventare autisti, cuochi e intrattenitori, e rinunciare alle proprie legittime ambizioni professionali, ecco che fare i genitori può diventare un peso, una costrizione, un claustrofobico inferno dove le fiamme - alimentate da atavici sensi di colpa legati a condizionamenti sociali e culturali - avvampano di continuo.
Mamma o Papà? verrà proiettato alla sala 4 del Cineplex Cinemas di Vaughan, venerdi 9 Giugno, alle ore 20, preceduto da una reception organizzata dal Veneto Centre.
 
Per i biglietti potete visitare il sito www.icff.ca o chiamare il box office dell’ICFF al (416) 893-3966.
 
TORONTO - Mentre tutto tace su possibili nuove pubblicazioni, forse anche per la recente “inchiesta” che ne avrebbe svelato l’identità, il fenomeno Elena Ferrante dalla penna passa alla cinepresa. Sono infatti in fase di realizzazione ben due opere dedicate alla scrittrice napoletana che, con il suo nome di copertura, si è imposta nel mondo.
Il primo lavoro in corso è una serie tv diretta da Saverio Costanzo per i colossi Rai e HBO e prodotta da Fandango: si tratta della versione televisiva basata sulla tetralogia dell’“Amica geniale”, la storia di un’amicizia a cui fa da teatro Napoli dalla fine del secondo dopoguerra ai giorni nostri; una storia “realistica”, tiene a precisare Elena Ferrante, non una favola per bambini.
Pur non partecipando direttamente alla scrittura della sceneggiatura, affidata a Francesco Piccolo e Laura Paolucci, l’autrice è in contatto costante con il regista via e-mail (chissà se sarà riuscita ad aggiudicarsi un elena.ferrante@...). E in occasione dell’inizio delle riprese Ferrante è tornata a parlare (si fa per dire) in un’intervista pubblicata sul New York Times: si è soffermata in particolare sull’immagine di Napoli, al centro di un’altra serie televisiva di successo, la potentissima Gomorra, ovvero altre storie, altri quartieri, che nelle opere della scrittrice fanno solo capolino (attraverso i fratelli Solara).
“Le città”, scrive oggi Ferrante, “non hanno una energia propria. Questa gli viene dalla densità della loro storia, dal potere della loro letteratura e della loro arte, dalla ricchezza emotiva degli eventi umani che vi accadono”. Il racconto televisivo, questo è il suo auspicio, “mescolerà insieme emozioni autentiche, sentimenti complessi e persino contraddittori”.
Sulla scia del fenomeno letterario è in produzione anche un documentario internazionale, dal titolo Ferrante Fever, scritto e diretto da Giacomo Durzi. Iniziato a New York, il docu-film toccherà le località con cui ormai i lettori si sentono familiari (su tutte, il rione Luzzatti di Napoli, dove nascono e crescono le protagoniste dell’“Amica geniale”) e che probabilmente si comincerà a visitare come si visitano i luoghi manzoniani in Lombardia.
Il nome della Ferrante fa discutere anche il mondo universitario, che guarda non sempre con favore all’inserimento dei suoi libri nei programmi dei corsi. La critica letteraria è divisa, specialmente sulla tetralogia, visto che, dei lavori precedenti, pochi mettono in discussione l’efficacia, stilistica e narrativa, dell’Amore molesto, prima opera ferrantiana, risalente al 1992.
Un lettore attrezzato, quando apre un libro di Elena Ferrante, vive una lacerazione: da un lato, è trascinato dalla trama degli eventi, dalla potenza di certe immagini, dai pensieri delle protagoniste che scorrono senza filtri a mo’ di flusso di coscienza; dall’altro, avverte una specie di necessità di distacco, l’esigenza di non cadere nella trappola delle categorie contemporanee, dei luoghi comuni, della retorica delle facili emozioni. Ma poi, come per tutte le grandi saghe e i grandi romanzi della letteratura (“grandi” anche per dimensioni), da Tolstoj a Harry Potter, l’impulso a trovare nel racconto un riflesso della propria vita, che, letto sulle pagine, sappia renderla meno dozzinale e più sopportabile, trionfa. 
Di questo e dei film già realizzati parlerà Franco Gallippi nella seconda di due lezioni dedicate alla scrittrice: “Le opere di Elena Ferrante al cinema”.
(9 giugno, ore 10 AM, Istituto 
italiano di cultura, 496 Huron Street, Toronto. Per info e prenotazioni: www.iictoronto.esteri.it)
 
TORONTO - Il mese dell’eredità italiana in Ontario si arricchisce quest’anno di un’edizione imperdibile, la sesta, dell’Italian Contemporary Film Festival (ICFF). Dall’8 al 16 giugno si susseguiranno proiezioni, e non solo, per rendere omaggio al cinema italiano in concomitanza con le celebrazioni del 150esimo anniversario della costituzione del Canada come nazione.  
Proprio per questo il direttore artistico del festival, Cristiano de Florentiis, ha voluto dare un’impronta più marcatamente italo-canadese all’edizione 2017 dell’ICFF, offrendo spazio e visibilità agli artisti nord-americani nelle cui vene scorre sangue italiano. Con questo obiettivo è stato creato un programma parallelo a quello tradizionale dal titolo “From Bello to Beautiful: The Art and Impact of Italian-Canadian Cinema”.
L’ICFF di quest’anno prevede ben 180 proiezioni, che si terranno oltre che in Ontario e Québec (a Toronto, Vaughan, Hamilton, Montreal e Québec City), anche a Vancouver (BC). Ospiti d’eccezione saranno a Toronto Cristian De Sica, figlio del grande Vittorio, al quale verrà consegnato il Premio alla Carriera. De Sica Junior sarà protagonista di una tavola rotonda al termine della proiezione di “Matrimonio all’italiana”, celebre pellicola del padre.
Ad aprire il festival sarà Paola Cortellesi, attrice, imitatrice e conduttrice televisiva di notevole talento, che presenterà la commedia inaugurale “Qualcosa di nuovo” (“Something New”), per la regia di Cristina Comencini. Tra gli altri ospiti internazionali saranno a Toronto Giancarlo Giannini, attore e doppiatore, e Franco Nero, direttamente da “Django” di Sergio Corbucci: i due attori hanno girato insieme “The Neighborhood”, ultimo lavoro del regista italo-canadese Frank D’Angelo.
Il gala di apertura e quello di chiusura, che quest’anno hanno in parte rinnovato il loro programma, si preannunciano ancora più scoppiettanti del consueto: saranno l’occasione, fra l’altro, per incontrare da vicino gli ospiti del festival, che sarà inaugurato dalla citata commedia “Qualcosa di nuovo” e si concluderà con “La pazza gioia” di Paolo Virzì. 
 
Per info e prenotazioni: icff.ca 
 
TORONTO – Di tagliare e smussare blocchi di marmo Lino non ne ha mai avuto intenzione; Tagliapietra, per ironia della sorte, è semplicemente il suo cognome. Sin dall’infanzia, il Maestro Lino Tagliapietra si è sempre confrontato con un materiale ben più delicato: il vetro. Godendo di un’esclusiva anteprima, lo abbiamo raggiunto presso la Sandra Ainsley Gallery qualche giorno prima della vernice della sua mostra, inaugurata lo scorso 13 maggio, per parlare con lui della sua arte e la sua carriera.
Maestro, Lei ha detto: «Il vetro è un materiale meraviglioso. Perché è vivo. Anche quando è freddo, continua a vivere. È legato al fuoco, all’acqua e alla natura stessa. Il vetro è la mia vita». Tuttavia, “una vita di vetro” pare un’espressione un po’ infelice, che evoca l’idea di freddezza e fragilità. Cosa ama del vetro?
“L’idea comune che si ha del vetro è quella di estrema fragilità. Storicamente tuttavia sono innumerevoli gli oggetti trovati e recuperati negli scavi archeologici ancora intatti, una resistenza che nessun materiale possiede. Nei musei ci sono vetri che hanno quasi duemila anni.  Il vetro va preservato con una certa cura e religiosità. È un materiale bellissimo. Certo, se si getta una coppa di cristallo per terra si romperà, ma anche un cubo di ferro immerso nell’acqua finirà per arrugginire e sgretolarsi”.
Cosa si ricorda della sua infanzia a Murano?
“Si andava a lavorare quasi per gioco: sin da piccolo mi sono sentito affascinato e interessato al vetro. Il vetro è legato all’arte, alla cultura, alla vita di tutti i giorni. Può essere capito da un architetto o da un poeta. Il vetro si lavora insieme ad altri materiali, con forza e con leggerezza, con il calore del fuoco e il freddo dell’acqua. È la sintesi di moltissime cose”.
Come avviene per Lei il processo creativo?
“Innanzitutto, mi affascina l’idea di lavorare, sono un gran lavoratore. Prima di cominciare un nuovo progetto non dormo la notte. C’è bisogno di una preparazione mentale. Lavorare il vetro vuol dire anche cercare di dare forma a sogni inespressi, sogni che a volte non hai il tempo o le possibilità tecniche ed economiche di realizzare. Ma bisogna sempre sognare. C’era un cavallo quest’anno al Kentucky Derby & Oaks di nome “Always dreaming”: ecco, io avrei scommesso su quel cavallo. L’attività umana in genere è legata alla natura, così come la materia vetro. È unica la libertà di lavorarlo, la capacità tecnica di esprimere quello che pensi. Posso immaginare un pezzo stranissimo, che potrà essere realizzato o forse no. Per me, il vetro è libertà e rispetto”. 
Qual è lo spartiacque tra artigianato e arte?
“Credo che qualunque oggetto abbia bisogno di una cultura, di un’espressione tecnica del lavoro. Il vetro è un’opera d’arte con un’energia, con una sua propria poesia che lo fa diventare un oggetto “super”. In America, negli anni ’60, era più importante l’idea della tecnica. Indubbiamente, c’è sempre bisogno di pensare all’oggetto. L’opera d’arte può essere anche un goto [piccolo bicchiere da pasto di uso comune] ma l’oggetto deve trasmettere il senso della bellezza, anche se è un oggetto piccolo. Lo stesso Rubens esprimeva qualsiasi sentimento con la sua capacità tecnica. L’arte è l’unione della tecnica e dell’idea”.
Parliamo di installazioni: come cambiano l’idea di arte?
“Penso che le installazioni abbiano una natura più commerciale. È un fatto di design, a volte possono risultare anche molto pacchiane. È la sintesi di un percorso forse più elaborato. Sta sostituendo l’affresco, l’oggetto d’arte di grandi dimensioni. L’installazione ha bisogno di rappresentatività, come se fosse una scultura o un quadro, diventa qualcosa in più. È come riprodurre un’immagine in grandi dimensioni. L’installazione è così: un’espressione cromatica e un disegno geometrico. Quello dell’installazione è un processo creativo che mi affascina”. 
Quale opera la rappresenta di più in questa mostra?
“È impossibile riassumere tutto in un unico oggetto. Onestamente non saprei. Qui esposti ci sono tanti “Lini”. Una mostra è un lungo discorso di vita e di esperienze. Lino ha sempre sperimentato: cambio più idee che camicie. Ogni oggetto è ciò che mi piacerebbe essere: come in un albero, ci sono tante radici che appartengono allo stesso tronco. L’importante è riconoscere Lino – l’albero – in ogni oggetto, anche per correttezza intellettuale”.
 
(La mostra resta aperta fino al 3 luglio 2017 presso la Sandra Ainsley Gallery, 100 Sunrise Avenue, Toronto)
 
Sebastiano Bazzichetto
 
TORONTO – Giacomo Puccini (1858-1924) è stato il compositore italiano che ha portato alla transizione del genere operistico dall’Otto al Novecento ed è il padre di capolavori della lirica rappresentati ancor oggi in tutto il mondo. È stato anche uno dei musicisti che maggiormente ha saputo e voluto dar rilievo e voce – letteralmente – al caleidoscopio femminile, da Manon Lescaut a Cho Cho-san (Madama Butterfly), a Suor Angelica passando per Floria Tosca. Quest’ultima, con la sua drammatica vicenda, è infine giunta sulle rive del lago Ontario per chiudere la stagione della Canadian Opera Company al Four Seasons Centre.
Opera con musiche e arie in tre atti, si basa sul libretto di Giacosa e Illica che derivarono la vicenda da “La Tosca” di Victorien Sardou, un dramma in cinque atti rappresentato a Parigi quasi dieci anni prima, nel 1887, il cui successo fu legato soprattutto all’interpretazione di Sarah Bernhardt nei panni della protagonista. Puccini cominciò a lavorare alla Tosca qualche mese dopo il trionfo della sua “Bohème”.
In questo maggio piovoso, sul palco della COC la regia di Paul Curran è molto rispettosa del libretto, così come i costumi e le scenografie di Kevin Knight sono piuttosto tradizionali, lasciandosi prendere la mano solo nel secondo atto, quando Tosca uccide Scarpia, vestendola di uno strascico purpureo degno di un’imperatrice napoleonica e non di una più modesta, benché appariscente, cantante d’opera (il riferimento agli abiti nel quadro di Jacques-Louis David è chiaro e decisamente fuori luogo).
Le voci di una Tosca un po’ attempata (la comunque bravissima Adrianne Pieczonka) e del suo Mario Cavaradossi (l’argentino Marcelo Puente) sono davvero belle, calde e rotonde sia negli acuti che nelle arie e nelle romanze (“Vissi d’arte, vissi d’amore”, “E lucevan le stelle”). Il “Te Deum” che chiude il primo atto è imponente e ben sostenuto dal coro. Eccezionale la direzione della giovane Keri-Lynn Wilson, caso raro nel panorama della lirica di una donna nei panni del direttore d’orchestra.
Nell’insieme, il capolavoro pucciniano chiude meravigliosamente questa stagione dell’opera canadese, facendoci attendere il prossimo cartellone, che verrà inaugurato dalle note della “Arabella” di Richard Strauss. 
 
(in scena al Four Seasons Centre fino al 20 maggio)