Corriere Canadese

Cultura e Spettacoli

TORONTO - Canzoni napoletane, classici italiani, polke, colonne sonore di film famosi: lo “Spring concert” domenica scorsa ha proposto un pout-pourri di canzoni che hanno deliziato il folto pubblico presente nella sala Caboto di Villa Colombo.
Sono molto soddisfatti il direttore della Columbus Concert Band Livio Leonardelli e l’assistente direttore d’orchestra Annamaria Mazzaferro. «Il concerto è andato benissimo, siamo felici - dice il maestro Leonardelli - il pubblico si è divertito e siamo riusciti a raccogliere, tramite le donazioni, 500 dollari che abbiamo donato alle Ladies Auxiliary di Villa Colombo».
Il programma proposto dalla Columbus Concert Band è piaciuto tantissimo ai presenti che hanno seguito con grande attenzione: «Molte signore si sono addirittura alzate ed hanno ballato - dice il maestro Leonardelli - è stato bello vedere tanta partecipazione, constatare che la musica proposta è stata gradita così tanto».
Bravissimi anche gli oltre 50 elementi della Band formata nel 2011. «Lo scopo che ci prefiggiamo è quello di far nascere in tutti l’amore per musica dal vivo - continua Leonardelli - proporre concerti con tanta buona musica è quello che ci sta a cuore. Probabilmente all’inizio dell’estate organizzeremo un altro concerto come questo».
Di certo è però che il 4 giugno avrà luogo il “Benefit gala” annule: «Si terrà in un teatro della York University e sarà un’altra occasione per ascoltare buona musica, il programma sarà speciale - conclude il maestro Livio Leonardelli - il ricavato netto andrà sempre alle Ladies Auxiliary di Villa Colombo per i programmi a favore degli anziani che sono prevalentemente di origine italiana».
 
La Columbus Concert Band Annual Benefit Gala si terrà il 4 giugno dalle 3 alle 6pm. Biglietti: $20.
 
Per acquistarli inviare una email a: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Annamaria Mazzaferro e Livio Leonardelli
 
TORONTO - Sarà un modo per iniziare la primavera con tanta buona musica il concerto “Spring Concert” organizzato il 26 marzo a Villa Colombo. Ad esibirsi sarà la Columbus Concert Band diretta dal maestro Livio Leonardelli e dall’assistente direttore d’orchestra Annamaria Mazzaferro. Durante la serata si esibirà anche la Columbus Jazz Band.
Non solo. «L’ingresso sarà libero - ci tiene a sottolineare il maestro Leonardelli - le donazioni raccolte saranno donate alla VCLA per sostenere i programmi per i residenti di Villa Colombo».
La Columbus Concert Band è stata fondata nel 2011 e si avvale di oltre 50 volontari dilettanti ma molto preparati, di ogni età e provenienza. 
Il repertorio della Band include musica dallo stage di Broadway, Dixieland, jazz (in particola Sinatra), marce, opera (Ver

di e Puccini) e naturalmente la bella musica popolare italiana. “Il nostro obiettivo - si legge sul sito della Columbus Concert Band - è quello di far nascere  in tutti l’amore per la musica dal vivo”. «In questa occasione ci esibiremo in un programma prettamente italiano con temi di film come La strada, Summertime in Venice, Anema ’e core - anticipa Leonardelli - ma anche Maria Marì, Mamma, canzoni napoletane, un canzoniere di polke e così via». Leonardelli, che adesso è in pensione, ha una passione grandissima per la musica. «Siccome quest’anno celebriamo il 150° anniversario del Canada proporremo anche Hallelujah di Leonard Cohen e Hockey night in Canada - aggiunge - sarà una bella serata all’insegna della buona musica».
Lo “Spring concert” si terrà domenica 26 marzo alle 3 pm nella sala Caboto di Villa Colombo (40 Playfair Avenue).
TORONTO – Si è pronti a ripartire col tour primaverile ed estivo dopo la conclusione a dicembre del tour nordamericano di Pino Gioia, durante il quale insieme a Maria Milano ha presentato  un  nuovo lavoro discografico che potrebbe spiazzare chi lo segue da tempo, ma che conferma che le distanze possono avere un effetto molto creativo quando  assumono caratteristiche artistiche.
Questo è quello che accade, appunto, a due lucani che vivono separati dall'Oceano Atlantico: Pino Gioia, artista e compositore che crea ad Agromonte (PZ), e Maria Milano nativa di Montescaglioso (MT), che vive a Toronto.
Come nasce questo duo è inaspettato da entrambe le parti, in quanto Pino Gioia, da ben 16 anni apprezzato e molto richiesto in Nord America, introdotto da Mario Marasco della Riviera Records, ha avuto l’onore di cantare tra i lucani in Canada per la prima volta solo nel 2015 anche grazie a Maria Milano, membro dell’esecutivo del Basilicata Cultural Society of Canada, che proprio in quell’occasione ha espresso il desiderio di cantare una volta nella sua vita con il cantante “vero”  di “Aspettando la sera” , un brano profondo che richiama il bisogno di un duetto. 
Durante il concerto, Pino, ha avuto modo di ascoltare la sua voce, timida ed impaurita, intuendo la rabbia per non aver avuto l’opportunità di realizzare in passato un sogno ormai chiuso da anni nel cassetto, scoprendo, al tempo stesso, un soprano molto versatile sia per il classico che per la pop music. 
Da qui ha iniziato a fermentare l’idea del  “Crossover”, 2 voci diverse che si integrano e complementano, concretizzato con l’album “DUETS”, una raccolta di classici come il duettino “La ci darem la mano” di Mozart, “Nessun dorma” di Puccini e moderni come il “Phantom of the opera”, oltre ad una rivisitazione di brani di Pino Gioia con un nuovo approccio, sempre più interessante ed originale. 
Aspetto cruciale di questa opera è stata la nascita di “RISE AND SHINE”, una ballata con testo di Maria e musica di Pino, che sarà inserito anche nel prossimo album di inediti dell’artista in uscita per fine marzo. 
La presentazione e promozione del disco, disponibile su cd e su tutte le piattaforme digitali di download e stream, ha avuto effetti positivi, sicuramente da stimolo per l’inizio di una lunga serie di collaborazioni ed una nuova fase di creazione dove le parole e le note viaggeranno attraverso le nuvole dei continenti.
In primavera, si continuerà a viaggiare con la musica, nuovi crossover, e brani si opera dove Pino Gioia mostrerà il suo talento da pianista e Maria di solista, oltre a duetti, due diversi generi musicali che mirano ad ispirare e a creare delle nuove mete artistiche.
 
TORONTO - “Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti”. Cominciava così la più famosa “Lettera a una professoressa” che sia mai stata scritta in Italia. Quest’anno compie 50 anni: fu pubblicata nel 1967 a Firenze a seguito di un esercizio pionieristico di scrittura collettiva della Scuola di Barbiana, lo straordinario esperimento pedagogico scaturito dalla mente del Priore don Lorenzo Milani.
Con una verve tuttora da gustare, tanto nel testo quanto nelle deliziose note a piè di pagina, un gruppo di ragazzi “bocciati” sfoga la propria rabbia contro una scuola pubblica che non sembra avere a cuore l’educazione degli studenti, ma soltanto il perfezionamento dei più fortunati, quelli che in famiglia hanno già gli strumenti per affrontare le lezioni.
La “professoressa” del titolo è l’insegnante per antonomasia, colei (o colui) che punisce non tanto con la frusta quanto con la penna, promuovendo i figli di imprenditori e liberi professionisti e rimandando gli altri, specialmente operai e contadini. E questo a dispetto della pretesa degli istituti pubblici di considerare gli studenti tutti uguali: “se un compito è da quattro, io gli do quattro”, sentenziava la professoressa con orgoglio interclassista. “Non capiva”, ribattono gli studenti del Priore, che “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”.
La “Lettera” è un resoconto dettagliato e documentatissimo dei vizi della scuola pubblica cosiddetta dell’obbligo dell’epoca e per la sua spinta egualitaria animò il dibattito di quegli anni di proteste e rivoluzioni culturali. Allo stesso tempo, il libro fotografa alcune problematiche che ancora durano: la creazione di sezioni ghetto, l’insegnamento delle lingue fondato sulle famigerate eccezioni, e non su concrete esigenze comunicative, il rapporto tra scuole pubbliche e scuole paritarie (un tempo private), gli affari d’oro delle ripetizioni per i “signorini” che se le possono permettere da parte di quegli stessi docenti pagati dallo Stato per insegnare a tutti. Per fortuna il tasso di analfabetismo si è ridotto ma l’arrivo di nuovi migranti pone sfide non così inedite rispetto al passato italiano, quando in classe un ragazzo abituato a parlare dialetto si ritrovava a leggere i poemi d’Omero nella ’lingua’ pressoché straniera delle traduzioni ottocentesche.
D’altra parte, il ruolo dell’insegnante si è ridimensionato (a partire dagli stipendi e dal prestigio sociale che ne deriva) e i genitori, al contrario di quelli inermi e sprovveduti della “Lettera”, la sanno lunga, lunghissima sul programma, sui compiti, sul modo di assegnare i voti… Quanto agli studenti, la scarsa mobilità sociale non è più conseguenza di un sistema scolastico classista: chi è figlio di metalmeccanici e casalinghe può certamente laurearsi in lettere, legge o farmacia; il problema è se riuscirà, senza una rete di conoscenze garantita dalla famiglia di provenienza, a diventare docente, avvocato o farmacista.
Controcanto provocatorio e propositivo rispetto alla retorica da “Cuore”, la “Lettera a una professoressa” è un libro vivo, a tratti amaro, che spinge a interrogarsi sugli obiettivi che la scuola degli anni Duemila intende darsi. Di certo proporre una scuola sempre aperta, senza bocciature e personalizzata, una scuola in cui i maestri abbraccino il celibato o mettano in comune i figli (lo aveva già suggerito Platone ai governanti), sembra irrealizzabile su scala nazionale. I presupposti di tali suggerimenti, tuttavia, non sono cambiati e l’obiettivo primario della scuola di Barbiana, quello di padroneggiare la lingua, resta il vero antidoto all’omologazione e all’ingiustizia sociale: “eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”.
 
Sebastiano Bazzichetto
 
TORONTO - “L’anello del Nibelungo” di Richard Wagner è una tetralogia a dir poco imponente, una sommatoria – per usare una metafora algebrica – che ammonta a ben quindici ore di musica e canto e che rappresenta la quintessenza della mitologia nordica, venata di escatologia messianico-cristiana, intrisa di un profetismo che arriva a surclassare l’Übermesch nietzschiano dal momento che, anche per l’Olimpo del Nord, giunge infine l’ultimo capitolo delle avventure di dei, nani ed eroi in cui il post-umano pare essere l’unico futuro possibile.
“Il crepuscolo degli dei” (Götterdämmerug) è il quarto ed ultimo dei drammi musicali della saga wagneriana, rappresentato per la prima volta nel 1876 al Festival di Bayreuth (ancora oggi sacello operistico che mantiene viva la fiamma del repertorio del Maestro teutonico). Fece il suo debutto in Italia alla Fenice di Venezia di lì a qualche anno, esattamente nella primavera del 1883.
La Canadian Opera Company è tornata a riproporlo questo febbraio con la rivisitazione di una produzione diretta dal canadese Tim Albery. 
Johannes Debus ha diretto per la prima volta il lavoro del compositore tedesco con brio e freschezza, senza rinunciare all’imponenza musicale che contraddistingue la partitura nella parti corali e nel finale dai toni apocalittici. 
Anche il soprano americano Christine Goerke ha debuttato in quest’opera nelle vesti della valchiria Brunilde.
Nel capitolo conclusivo dell’epica wagneriana, tra pozioni magiche, anelli del potere, corvi-messaggeri ed inganni, Brunilde e Sigfrido sono riuniti in una storia a doppio filo di amore e morte, come i mondi degli uomini e degli dei che si riducono in fiamme, per risorgere in un’armatura melodica evocativa e affascinante di palingenesi.
Sono molti i pezzi musicali famosi che compaiono nel finale della tetralogia, con costanti citazioni dalla cavalcata delle valchirie all’aria dell’uccello canoro dal “Sigfrido” (in scena l’anno scorso).
L’interpretazione dello scenografo Michael Levine, a tratti poco convincente, è basata su un minimalismo di oggetti, costumi e colori con una prevalenza di monotoni grigi e neri, vivacizzati dal rosso delle sedie, del sangue e delle luci delle fiamme. 
Senza dubbio, i ruoli di Sigfrido (Andreas Schager) e di Brunilde (Goerke) in Götterdämmerung sono tra i più impegnativi di tutta l’opera per un tenore e un soprano, parti che richiedono voci d’acciaio e una notevole presenza drammatica. 
Degne di nota sono state le performance del baritono tedesco Martin Gantner (Gunther, rivale di Sigfrido), dell’estone Ain Rabbia nei panni di Hagen, delle tre Norne, figlie di Erda dea della Terra, che filano il destino di Sigfrido in un trio di voci ben armonizzato.
Il titanico viaggio inaugurato con “L’oro del Reno” (Das Rheingold) giunge quindi alla sua nobile ed umana conclusione, quando Brunilde si uccide, seguendo il suo amato sulla pira in fiamme, in un cerchio che di fatto non si chiude ma che lascia al pubblico la scelta di un vero e proprio finale, a metà tra sogno e realtà, tra il tramonto degli dei e l’alba di un nuovo genere umano.
 
(In scena al Four Seasons 
Centre fino al 25 febbraio)