Corriere Canadese

Nicola Sparano - 29-03-2917
 
Donald non è come il pane. Se lo fosse, gli sarebbe stato consentito di essere cafone.  Per credere basta osservare la scritta della foto esposta, of course, nelle rivendite di alimentari di Napoli. Quella città ha dato i natali all’aggettivo che da sempre è stato utilizzato a ruota libera in ogni circostanza, lecita, illecita o mezzo mezzo.
Donald quel cafone se l’è guadagnato con il suo comportamento a dir poco bizzarro. Ma il pane, l’umile, grande, indispensabile compagno delle tavole italiche, non ha fatto nulla per essere stato battezzato Cafone, ed ancora oggi porta la sua croce in silenzio, quasi dovesse nascondersi da tutti, inclusa la legge.     
A proposito, una bel pò di Pane Cafone è stato appena sequestrato, a Napoli e dintorni, dalla polizia insieme ad una decina di casse di carciofi. Prima di illuminarvi su questa incredibile operazione delle forze dell’ordine, dobbiamo cominciare dall’Avvocato e della prima pietra.
   L’Avvocato ha dato la stura ad un mezzo casotto.
Dare la stura significa dare sfogo, dopo anni di silenzio, ai propri pensieri e sentimenti.
Chiaramente l’avvocato si portava sullo stomaco un aggettivo per lui pesante assai, e si è finalmente sfogato. Fosse stato un processo l’avrebbe perso. Il suo Cafone sarebbe stato assolto perché il fatto non sussiste.
Del cafone e sul cafone ci siamo sbizzarriti, e divertiti, tutti per alcuni giorni. Nel bollettino di guerra quotidiana che il mondo ci rovescia addosso, fa bene alla salute della mente discutere di qualcosa che non siano orribili tragedie familiari come quella di Trento, attentati terroristici, ammazzatine varie, furbetti frega stipendio e manovre politiche che spianano la strada alle bustarelle.
Per questa boccata di aria fresca dobbiamo dire grazie allo zoticone in chief, thanks Donald.
Tornando al pane cafone, va innanzitutto spiegato che quando a Napoli erano di passaggio i francesi, la nobiltà ed i facoltosi faceva  le  scarpette (raccogliere con la mollica il sugo dei maccheroni) con le cosiddette beguette di pane bianco e delicato. La bassa plebe si arrangiò inventandosi un pane più robusto, figlio di una farina povera, poco raffinata, impastata con acqua, un pizzico di lievito, poi dentro al forno di legna. Il Pane Cafone ha la crosta esterna dura e croccante, la mollica è morbida e ben alveolata (bucata), il gusto è sopraffino e le “scarpette” vengono a quel Dio biondo.
Negli anni il Pane Cafone è diventato popolare nel resto dello Stivale ed in giro per il mondo dove gli italiani vanno a guadagnarsi la pagnotta.
La pagnotta cercavano di guadagnarla anche alcuni “imprenditori” volanti con bancarelle non autorizzate sulle quali arrostivano carciofi poi offerti ai consumatori su fette di pane cafone. In Italia, dove lo stato si impegna allo spasimo per salvaguardare la salute dei cittadini, vendere prodotti alimentari non controllati è assolutissimamente vietato. Per questo la polizia comunale ed i Carabinieri hanno organizzato  una “operazione di contrasto del fenomeno” che ha portato al sequestro di 140 chilogrammi di pane e una decina di cassette di carciofi. 
L’operazione di “contrasto del fenomeno”, in parole povere significa che lo stato ha organizzato una retata contro le    bancarelle di poveri cristi che si arrangiavano per sbarcare il lunario. 
Ufficialmente il “bottino” è stato dato al macero, distrutto. Ufficiosamente se lo sono pappati gli agenti. Per loro il Pane Cafone, anche se prodotto illegalmente, è una delizia.

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