Corriere Canadese

TORONTO - Italianità e identità italiana, Legacy Group e memoria storica, Casa d’Italia e futuro. Nella nostra comunità si continua a discutere di tutti questi temi, che in definitiva appaiono legati l'uno all'altro. Oggi il Corriere Canadese pubblica l'intervento di Franco Misuraca, delegato per il Canada del Comitato Tricolore. 

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Franco Misuraca
 
TORONTO - Ho seguito con interesse i dibattiti che girano attorno a iniziative come quella del Legacy Group, la rappresentazione dell’Italianità in Canada e l’influenza della comunità italiana in Ontario e in Canada.
In apparenza, la prima sembra essere sfuocata e l’ultima praticamente non esistente. Altrimenti come si spiegano gli sforzi ricorrenti fatti da almeno due provveditorati per sradicare il programma di insegnamento della lingua italiana nel cosiddetto “extended day”? O l’assenza di rappresentanza italiana nel gabinetto governativo federale, o il silenzio di politici provinciali e municipali di origine italiana sui temi principali del giorno?
È forse perché voi del Corriere Canadese vi rifiutate di dargli spazio? Credo che come comunità noi mandiamo avanti persone che hanno una loro sostanza, con tutte le carte in regola. Abbiamo dato tanto per la costruzione di questo Paese. La sua storia dovrebbe essere la nostra storia.
E non è la storia di banchetti sponsorizzati da un gruppo comunitario o da un altro per “riconoscere” i “soliti sospetti” con l’ennesima targa commemorativa.
Non è mia intenzione lo sminuire il valore delle iniziative fatte da altri, anzi è il contrario. Ma è giunto il tempo che tutti noi dimostriamo la nostra maturità come individui e come comunità. È tempo di raccogliere i frutti del lavoro fatto da altri a nome nostro.
Per farlo ritengo che noi abbiamo bisogno di superare le divisioni partitiche, di superare l’eco del nostro campanile e di andare oltre i santuari accademici e l’influenza della autorità italiane (dirette o attraverso i loro rappresentanti).
Messo da parte il loro valore, le Ambasciate e i Consolati sono istituzioni italiane al servizio dei bisogni di uno Stato straniero. È irrealistico aspettarsi che questi si mettano nelle nostre scarpe. E non dovrebbero nemmeno farlo. Inoltre, i nostri interessi sono a lungo termine, mentre il corpo diplomatico è qui per un tempo molto limitato.
Abbiamo bisogno di costruire sulla base delle esperienze e dei talenti di coloro che hanno lavorato duramente per l’integrazione e il riconoscimento in questo paese. Non possiamo ignorare ciò che abbiamo realizzato, e permettere ad altri di sminuire quanto fatto come un effimero fuoco di paglia. 
E non possiamo aspettarci che i nostri giovani siano pronti a impegnarsi con la stessa energia e senso di appartenenza se non li sproniamo a farlo. Ho notato che Corrado Paina, una persona verso la quale nutro rispetto, si è lamentato che i giovani professionisti, purtroppo, non hanno interesse nelle cose “italiane”. Ma lui non dice il perché.
Per me, questa non è una ragione sufficientemente valida da escluderli dalle riflessioni riguardo la nostra identità. Per quanto tempo ancora dovremo andare dalle stesse persone, “sbattendo il martello sempre sullo stesso chiodo”? Se continuiamo a suonare sempre la stessa corda, come possiamo aspettarci un suono diverso?
Oggi c’è un gran parlare su come possiamo utilizzare un bene immobile che è stato generato grazie ai sacrifici degli italiani [residenti nell’ora Downtown] prima della Seconda Guerra mondiale. Sembra che sia stato messo in piedi un “processo” per determinarne l’uso migliore. Un Advisory Board è già stato costituito per questo scopo.
Lo so perché l’ho letto sul Corriere Canadese, che cita uno dei membri dell’Advisory Board come fonte. 
 E continua dicendo che una volta che il “processo” sarà ultimato, la comunità verrà consultata. Posso esprimere il mio scetticismo senza essere negativo?
Le persone che vengono consultate adesso sono quelle la cui gestione di un altro grande bene della comunità - il terreno sul quale sorge il Columbus Centre, Villa Colombo eccetera - ha portato al livore pubblico e cause giudiziarie intestine la cui essenza è generata da qualcosa di diverso rispetto al benessere comunitario.
Il Corriere Canadese ha anche rimarcato che le autorità italiane, le presunte (ma finora non provate) proprietarie della Casa d’Italia, si sono imbarcate in consultazioni con la comunità italiana e con la comunità italocanadese. 
Il Corriere Canadese è stato in grado di determinare come i membri siano stati selezionati? Col massimo rispetto, mi sembra che la composizione dell’Advisory Group abbia già predeterminato come verrà poi utilizzato questo bene.
Temo che chi tra noi vive oltre l’area code 416 di downtown, nelle zone periferiche, se non “inferiori”, di Mississauga, Hamilton-Niagara, Brampton-Caledon, Vaughan, Aurora, Markham, Durham (e potrei continuare) sarà ancora una volta messo ai margini.
Dobbiamo essere inclusivi adesso, se vogliamo evitare le trappole del passato quando le buone intenzioni e le buone iniziative di gente dedicata sono poi finite a “tarallucci e vino”, come dicono a Napoli.