Corriere Canadese

TORONTO - Segnali contrastanti dalle due piazze immobiliari più calde del Canada. A Vancouver, dopo mesi di rallentamento provocato dalla tassazione ad hoc del 15 per cento per tutti gli acquirenti stranieri, il real estate torna a tirare e i prezzi medi raggiungono nuovi record. A Toronto, invece, il mercato immobiliare inizia ad assorbire direttamente lo scossone rappresentato da una tassa pressoché identica introdotta a metà aprile dal governo guidato dalla premier Kathleen Wynne. 
La conseguenza principale non è tanto sui prezzi, che registrano comunque una leggera flessione, ma nel numero totale delle vendite delle abitazioni, che crolla. Nella Gta si viene così a creare un effetto che era stato largamente previsto dagli analisti. 
Di fronte ai primi segnali di raffreddamento del mercato, i potenziali acquirenti hanno iniziato a guardarsi attorno, tirando al ribasso sui prezzi delle case in vendita. Chi aveva messo la casa sul mercato - o chi aveva intenzione di metterla - non ha quasi mai ceduto alla tentazione di sbarazzarsi dell’immobile, rimandando la vendita a tempi migliori. 
Questo duplice fenomeno, in entrata e in uscita, si è quindi tramutato in un crollo delle compravendite, laddove fino a qualche settimana prima una casa non rimaneva sul mercato più di una settimana e dove si scatenavano aste selvagge tra i potenziali acquirenti che facevano lievitare i prezzi delle abitazioni.
Stando ai dati della Canadian Real Estate Association (CREA), tra aprile e maggio nella Greater Toronto Area il numero delle vendite è diminuito del 25,3 per cento, un crollo che non ha precedenti negli ultimi anni e che secondo numerosi addetti ai lavori potrebbe essere ripetuto anche nei prossimi mesi.
Ma per molti analisti, come abbiamo detto, i dati del CREA sono destinati a rappresentare una fase effimera e passeggera: dopo qualche mese di assestamento - dicono - quando i provvedimenti di Queen’s Park saranno “digeriti e metabolizzati” dal mercato, i prezzi e le vendite torneranno a correre. 
Che poi - aggiungono - è quello che sta accadendo a Vancouver. Nella città della British Columbia, a nove mesi dall’attivazione della tassa, il real estate è tornato a tirare. 
Nei primi tre-quattro mesi c’è stata una flessione nelle vendite e nei prezzi, poi un leggero incremento fino al ritorno a una corsa senza freni. 
I dati presentati ieri parlano abbastanza chiaro: su base annua i rincari registrati a maggio sono stati dell’8,2 per cento, mentre il prezzo medio di un’abitazione a Vancouver ha raggiunto quota 941.100 dollari, nuovo record storico.
I mercati immobiliari delle due città negli ultimi anni hanno evidenziato numerose similarità e hanno avuto un percorso di crescita parallelo, spingendo negli ultimi trentasei mesi l’intero real estate canadese a livelli mai raggiunti prima.
Ora tra gli esperti cresce l’attesa per i dati relativi a giugno, che potranno confermare o meno il possibile rallentamento del mercato in attesa che la corsa possa riprendere dopo qualche mese di stallo.
TORONTO - Un vino toscano, un’automobile di lusso tedesca, un orologio francese, un servizio di piatti in ceramica della costa amalfitana. Sono tutti prodotti che possiamo già acquistare qui in Canada, pagando un sovrapprezzo provocato dalla tariffa doganale che grava su ogni singolo bene che viene importato in Canada dall’Europa. A partire dal 1 luglio assisteremo a un cambiamento epocale, perché da quella data entreranno in vigore a tutti gli effetti - anche se in via provvisoria, in attesa del definitivo via libera di tutti i parlamenti dei Paesi Us - le provvisioni del trattato di libero scambio tra il Canada e l’Unione europea. In Canada il Bill 30 - la legge quadro di attivazione del Ceta - ha ricevuto il Royal Assent lo scorso 16 maggio ed è una legge dello Stato a tutti gli effetti. Con l’accordo di free trade tra il nostro Paese e il Vecchio continente, vengono eliminati progressivamente i balzelli doganali per il 98 per cento dei prodotti importati ed esportati tra le due sponde dell’Atlantico
Il taglio delle tariffe doganali non sarà uguale per tutti i prodotti: in alcuni casi saranno abbassate progressivamente, con un calo graduale che potrà durare fino a otto anni. Oltre a questo rimane sempre l’incognita della vendita al dettaglio. Se un determinato prodotto proveniente dall’Ue subiva un rincaro del 15 per cento a causa delle tasse doganali, in teoria da luglio dovrebbe costare il 15 per cento in meno: ma l’ultima parola spetterà, come sempre, a chi rivende il prodotto in terra canadese dopo averlo importato direttamente o dopo essersi affidato a una ditta di import-export.
Ma andiamo a fare qualche esempio concreto. Le scarpe italiane, ad esempio, fino ad ora sono state soggette a diverse tariffe doganali - a seconda della categoria - fino a un massimo del 20 per cento del loro costo. Da luglio il sovrapprezzo sparirà completamente. Stesso discorso per i vini europei, da quelli italiani a quelli francesi, passando per gli spagnoli, i tedeschi e i greci. In questo caso le tariffe doganali possono arrivare anche all’11 per cento del costo, con possibili sovrapprezzi a seconda della provincia canadese in cui il vino viene rivenduto. Anche in questo caso da luglio non vi sarà più alcun tipo di costo aggiuntivo.
Discorso diverso per le automobili made in Ue. In questo caso assisteremo all’eliminazione della tariffa doganale del 6,1 per cento, ma il taglio sarà graduale e spalmato in sette anni.  
Saranno tolte immediatamente, invece, le tariffe su numerosi prodotti che arrivano direttamente dall’Italia. La ceramica, ad esempio, fino a questo momento subiva un sovrapprezzo dell’8 per cento, mentre i prodotti in vetro del 6,5 per cento. Costi extra che spariranno a partire da luglio. 
Scompaiono poi le tariffe su un’infinità di prodotti alimentari in arrivo dall’Unione europea. È il caso del caffè - prevalentemente italiano - e il tè, che alla frontiera subivano un rincaro del 3 per cento, della frutta - che ha tariffe doganali fino al 14,5 per cento - e della verdura, dove invece il rincaro automatico alla dogana poteva arrivare fino 10,31 dollari al chilo a seconda del prodotto specifico.
Stesso discorso per il pesce pescato nel Mediterraneo, sul quale gravava una tariffa doganale fino al 5 per cento, mentre meritano un discorso a parte la carne, i latticini e i formaggi, per i quali sono state stabilite determinate quote di entrata che ne limiteranno l’import-export almeno in parte. 
In ogni caso, per quei prodotti che potranno circolare liberamente, vi sarà un abbattimento dei costi colossale: la carne europea, infatti, poteva subire tariffe doganali fino al 249 per cento del suo costo reale mentre i latticini, il miele e le uova arrivavano al 313 per cento. 
Saranno tagliati immediatamente i balzelli che pesano sui prodotti in plastica (ora fino al 6,5 per cento), quelli in gomma (fino a 15,5 per cento) e quelli in legno (fino al 9,5 per cento). 
Via anche le tariffe sugli articoli in pelle come borse e vestiti in arrivo dall’Ue (ora fino al 15,5 per cento), così come i prodotti in cotone (fino all’8 per cento). Dovrebbero quindi scendere anche i prezzi relativi ai capi d’abbigliamento, sui quali pesa oggi una tariffa fino al 18 per cento, e quelli dei tappetti (fino al 14 per cento).
A partire da luglio, quindi, diremo addio alle tariffe doganali imposte sugli orologi in arrivo dall’Ue (ora al 14 per cento), sulle camere da letto e i mobili (ora al 15,5 per cento), sui giocattoli (fino all’8 per cento) e sugli oggetti artistici e da collezione (fino al 7 per cento). 
TORONTO - Scrivo da cittadino italo-canadese e costituzionalista che ha dedicato la sua vita professionale a proteggere la Costituzione canadese e i diritti che ne conseguono, indignato da ciò che il governo dell’Ontario sta permettendo che accada, nell’inadempienza ai suoi doveri, per il Columbus Centre e “Casa Italia” (il Consolato italiano tra Dundas e Beverly Street) a Toronto. E mentre io cerco di svolgere i miei compiti in quanto avvocato molto impegnato, il telefono non smette di squillare riguardo a queste due problematiche.
 
TORONTO - Si continua a discutere di Columbus Centre e Casa Italia. Ad arricchire il dibattito è questa volta una lettera aperta scritta dal noto
costituzionalista italocanadese Rocco Galati a Eleanor McMahon, ministro provinciale del Turismo, della Cultura e dello Sport.

TORONTO - È stato un grande successo l’evento Canada-Italy Day on the Hill tenutosi martedì sera al Sir John A. MacDonald Building di Ottawa. La serata è stata organizzata dal presidente del Canada-Italy Inter-Parliamentary Group, Francesco Sorbara. All’evento hanno preso parte centinaia di persone, tra le quali anche il nuovo ambasciatore italiano in Canada, Claudio Taffuri. Quella di martedì sera è stata la seconda edizione dell’evento.

Alcune immagini dell’evento. In alto, l’intervento del deputato di Vaughan Woodbridge, Francesco Sorbara. A sinistra, Dan Montesano di Lido Construction, il sottosegretario David Lametti e Sam Primucci di Pizza Nova

 
La premier della British Columbia Christy Clark
 
TORONTO - Uno stallo, un vicolo cieco, una strada senza uscita. Non si potrebbe descrivere altrimenti la situazione politica venutasi a creare in British Columbia dopo le elezioni provinciali del 9 maggio. A quasi un mese di distanza dall’appuntamento alle urne, la classe politica in Bc non è stata ancora in grado di trovare una soluzione al rompicapo parlamentare. E il rischio, concreto, è che gli elettori debbano essere chiamati di nuovo a votare. Ma per capire meglio la situazione, occorre fare un passo indietro e tornare alla Election Night in provincia. L’assemblea provinciale è composta da 87 seggi, per guidare la provincia con un governo di maggioranza è necessario avere almeno 44 deputati. Il Partito Liberale, guidato dalla premier uscente Christy Clark, nella precedente legislatura godeva del sostegno di 49 parlamentari provinciali, contro i 34 neodemocratici del leader John Horgan e i verdi fermi a un deputato. 
La geografia politica della provincia ha subito un violento scossone proprio lo scorso 9 maggio, con i liberali che sono scesi a quota 43 deputati, gli ndippini sono saliti a 41 e i verdi a 3. Il Partito Liberale, in sostanza, ha perso la maggioranza assoluta nell’assemblea provinciale per un seggio. A questo punto la premier uscente ha confermato la sua volontà di  continuare a guidare l’esecutivo provinciale con un governo di minoranza, una prassi questa che ha numerosi precedenti storici sia nelle province che a livello federale. 
Fatto sta che i due partiti di opposizione, Ndp e Verdi, hanno trovato un accordo non solo per sfiduciare la premier uscente alla prima occasione utile, ma addirittura per governare insieme. La somma dei 41 deputati provinciali neodemocratici e i tre verdi arriva infatti al numero magico 44, la quota minima per avere la maggioranza nell’assemblea. 
La Clark, dal canto suo, ha deciso di accettare l’incarico dal vice governatore - incarico che per prassi spetta al leader del partito che conquista il maggior numero di seggi alle elezioni - e allo stesso tempo si è detta pronta a dimettersi e diventare leader dell’opposizione solamente davanti a un voto di sfiducia parlamentare. E fin qui tutto chiaro. 
Eppure, la matassa è ancora più ingarbugliata. Perché in British Columbia, come nelle altre province, il primo atto parlamentare è quello di eleggere lo Speaker della Camera: senza di questo, l’assemblea legislativa non può funzionare. Bisogna ricordare che per prassi lo Speaker non vota. Di conseguenza la Clark ha imposto il suo diktat: nessun liberale sarà candidato al ruolo di Speaker. 
Anche nella coalizione Ndp-Verdi non vogliono accettare il ruolo di Speaker: per ora infatti contano su 44 deputati, che scenderebbero a 43 nel caso in cui uno dei loro rappresentanti venisse eletto a questa carica.  Si verrebbe infatti a creare una situazione di 43-43. 
Ma il paradosso politico non finisce qui. Perché come abbiamo detto, per prassi lo Speaker non vota, eccetto per una singola occasione: quando si tratta, cioè, di dare la fiducia al governo. Che, per prassi, viene votata dallo stesso Speaker all'esecutivo che la richiede, a prescindere dal colore politico del premier che richiede la fiducia. 
Quindi, nel caso in cui  il nuovo Speaker venisse scelto tra i ranghi della coalizione Ndp-Verdi, questo si troverebbe nella paradossale situazione di dover votare a favore della fiducia del governo Clark, proprio perché la premier uscente farà un passo indietro solo di fronte a un voto di sfiducia. Insomma, nemmeno uno scrittore di fantapolitica avrebbe potuto partorire una trama più ingarbugliata di questa. 
La partita quindi ora si gioca tutta sulla nomina dello Speaker. E se lo stallo dovesse continuare, si tornerà alle urne. E anche su questo c’è un solo precedente, quello del Newfoundland del 1908, quando i due partiti in corsa conquistarono 18 seggi ciascuno e non furono in grado di trovare un accordo sullo speaker dell’assemblea. Centonove anni fa lo stallo si risolse con nuove elezioni. Un’eventualità sempre più probabile anche in British Columbia.