Corriere Canadese

TORONTO - Tra le diciotto persone uccise nella capitale del Burkina Faso Ougadougou nell’attacco terroristico contro un ristorante frequentato da stranieri ed un albergo, ci sono i canadesi Tammy Chen e Bilel Diffalah. L’attacco sarebbe stato compiuto da presunti milizani jihadisti.
Tammy Jane Mackay Chen, 34 anni, ex insegnante presso la Glen Ames Senior Public School di Toronto fino al 2013 ed in attesa di un figlio, è stata uccisa assieme al marito Mehsen Fenaiche, cittadino senegalese: la coppia si era sposata il mese scorso a Ouagadougou. “È con immenso dolore che abbiamo appreso della morte dell’ex insegnante Tammy Chen, vittima di un atto di violenza insensato avvenuto domenica notte in Burkina Faso - si legge nel comunicato del Toronto District School Board - Tammy sarà ricordata dai suoi colleghi come un' insegnante carismatica, diligente ed innamorata del suo lavoro. Tammy è stata rispettata dagli studenti, dai genitori e dai colleghi, ha sempre cercato di fare tutto il possibile per aiutare gli studenti”.
La Chen aveva anche frequentato un programma Master of Education presso la Queen’s University: proprio nell’ambito di questo corso Tammy Chen era andata la prima volta in Burkina Faso. Dopo aver conseguito la laurea, si legge sul website della Queen’s University, la Chen è tornata nella nazione africana dove ha fondato l’ente caritatevole ‘Bright Futures per il Burkina Faso’ che fornisce piccoli prestiti alle madri. L’altra vittima canadese, Bilel Diffalah, era un residente di Montreal. “Diffalah era un consulente per l’igiene e la biosicurezza -  si legge in un comunicato diffuso dal Centre for International Studies and Co-operation - Bilel era guidato da tanta passione ed in qualità di volontario canadese all’estero ha sempre osservato un comportamento esemplare”.  Dopo essere stato un veterinario in Algeria, suo paese natale, Diffalah è giunto in Canada cinque anni fa: qui  ha conseguito un diploma in ‘Sistemi di scienze alimentari’ presso l'Università di Guelph ed ha trovato impiego nell’industria agroalimentare. Le condoglianze per la tragedia che ha colpito persone innocenti sono giunte, tra le altre, dal ministro per gli Affari esteri canadese Chrystia Freeland: «Sincere condoglianze da parte del nostro governo alle famiglie e ai cari di coloro che hanno perso la vita in questo tragico attacco”, ha detto il ministro. Questa di domenica è l’ultima strage nello stato dell’Africa occidentale che negli ultimi anni è stato teatro di diverse azioni terroristiche di matrice jihadista.  
Nel dicembre 2016 una decina di militari rimasero uccisi nell’assalto a una base nel nord del paese. Due mesi prima un’altra azione era costata la vita a sei soldati e due civili. Ma l’attacco peggiore aveva avuto luogo nel gennaio precedente, quando un commando di Al Qaeda del Maghreb Islamico aprì il fuoco in un albergo e in un caffè uccidendo almeno 30 persone.
 
TORONTO - Unfair, bureaucratic, excessively dependent on language proficiency, and unresponsive to the real needs of the labour marketplace.
Canada’s immigration system, turned on its head during nine years of reactionary policies developed under a Reform-Conservative government, continues to labour under the weight of its shortcomings – exhibiting the stresses of its limitations and shortcomings, particularly its Express Entry program.
For several years, the Corriere Canadese has critiqued the weaknesses in the system, its lack of balance, the need for a fundamental shift on the importance demanded for knowledge of either official language, and, the absurd point system that rewards “highly qualified and educated” applicants while Canada need skilled and semi-skilled workers – especially in the construction industry.
One looks for inspiration wherever it is available. South of our border, the American President, Donald Trump, be-devilled by scandals, Russiagate, reforms promised but unfulfilled, a cycle of staff turnover and mind-boggling tweets that pass for policy and run the risk of placing in jeopardy the fundamental principles of American democratic institutions, has now decided to stir the pot further by laying his hands on the immigration sector.
His planned reform package will emphasize ability in the English language as a fundamental prerequisite as well as grid based on a point system for all aspiring applicants. Initiative universally panned and decried by pundits, commentators and a large portion of the political class as likely unconstitutional, certainly non-American. They claim the proposals are headed for defeat.
Stephen Miller, special advisor to the president, in a heated and combative exchange with journalists during a press conference on the issue, admitted that Trump was inspired by the systems current in (of all places) Canada and Australia.
That’s it. If one needed a final seal of condemnation, a final bit of evidence that our immigration system is deficient and faulty, then we have it: we have become the model and justification for the Trump creation.
Fortunately, perhaps, in the United States, the proposals have already been “cut off at the pass”. Here in Canada, we have had to endure the absurd consequences of these proposals for far too long. 
Meanwhile, the current government has yet to see its way clear to a path that dissociate the country form the plan and to replace it with one that is fairer, more balanced, more flexible and more responsive to the real needs of the Canadian labour market.
 
TORONTO - Non si arretra di un millimetro: il Canada difenderà il meccanismo che regola la risoluzione delle dispute nel Nafta. La conferma arriva ora anche direttamente da Justin Trudeau, che ha ribadito l’importanza di avere a disposizione dei pannelli indipendenti e binazionali per dirimere le controversie di natura doganale con gli Stati Uniti. Un sistema - è questa la tesi del primo ministro canadese - che ha dato dimostrazione in tutti questi anni di una grande affidabilità, di imparzialità e di efficienza. “Come il nostro ambasciatore ha detto agli americani la scorsa settimana - ha dichiarato Trudeau - un sistema giusto per la risoluzione delle dispute è essenziale per ogni accordo commerciale firmato dal Canada e riteniamo che questo continui ad esserlo anche per il nuovo negoziato sul Nafta”. 

TORONTO - Ottawa scalda i muscoli in vista del riavvio del negoziato sul Nafta. Mentre l’amministrazione americana la scorsa settimana ha scoperto le carte con la presentazione di un documento programmatico nel quale sono indicati gli obiettivi degli States in vista del primo round di negoziati, il governo canadese ha deciso in questi giorni di adottare una linea soft, senza annunci e prese di posizioni ufficiali. Ma dalle stanze del potere di Ottawa iniziano a trapelare alcune indiscrezioni che confermano come, in sostanza, il governo canadese non sia disposto a fare troppe concessioni su alcuni punti chiave del trattato di libero scambio entrato in vigore nel 1994. 
Sembra ormai assodato, ad esempio, che il Canada non voglia rinunciare al Chapter 19, cioè al meccanismo messo in piedi per la risoluzione delle dispute tra Stati riguardo dazi doganali e misure “anti dumping”, cioè l’applicazione di tariffe doganali quando un determinato bene viene immesso su un mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quanto viene venduto nel mercato nazionale. Durante le fasi finali dalla trattativa che portò il Canada, gli Usa e il Messico alla firma del trattato di libero commercio, quello del Chapter 19 divenne una conditio sine qua non imposta dall’allora primo ministro Brian Mulroney: senza questo meccanismo, il Canada si sarebbe tirato fuori dalla trattativa. Oggi, il governo di Justin Trudeau si trova nella stessa posizione: si può ridiscutere tutto, ma non il Chapter 19.
E questo - sottolineano gli analisti - perché negli anni il Chapter 19 è stato un prezioso strumento di tutela. Quando sorge una disputa per un determinato prodotto, viene creata una commissione indipendente e binazionale che sostituisce i singoli tribunali nazioni. Dalla sua entrata in vigore, il Chapter 19 è stato utilizzato 73 volte: stando a quanto riportato sul website del Nafta, le dispute hanno riguardato i prodotti più disparati, dal magnesio ai pomodori, passando per i capi di bestiame e l’acciaio.
Un’eventuale rinuncia al Chapter 19 potrebbe incanalare tutte le dispute di questo tipo all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), una strada questa che il governo canadese non è pronto a percorrere per due motivi: i tempi che si allungherebbero di molto e la scarsa capacità coercitiva dello stesso WTO sul fronte dei dazi e delle tariffe doganali.
In ogni caso i sette round di negoziati - il primo durerà dal 16 al 20 agosto - rappresentano il primo vero test internazionale per Trudeau di fronte a un’amministrazione americana poco disposta a fare sconti. 
 
Sandra Banner
 
TORONTO - È molto raro per parecchi canadesi essere curati con tempestività.
Secondo un rapporto recente del Canadian Institute of Health Information, meno della metà riesce ad ottenere un appuntamento dal dottore in giornata o per il giorno dopo.
Il 56 per cento dei canadesi deve attendere più di un mese per un consulto specialistico.
Queste statistiche sono un deciso avvertimento: nella nazione cresce la mancanza di medici, soprattutto quelli di base. 
Più di quattro milioni e mezzo di canadesi e cioè quasi il quindici per cento della popolazione al disopra dei dodici anni, non ha un medico curante.
I leader del Canada devono darsi da fare per rimediare a questa carenza.