Corriere Canadese

TORONTO - “La presenza di Justin Trudeau sulla copertina del magazine Rolling Stone potrebbe mettere in pericolo l’esito del negoziato sul Nafta”. Il Partito Conservatore apre un nuovo fronte nell’offensiva contro il primo ministro liberale, prendendo spunto dall’ampio servizio che la rivista americana ha dedicato a Trudeau nel suo ultimo numero. Una polemica, quella che si sta scatenando nelle ultime ore, che fa sorgere molti dubbi sulla qualità del dibattito politico nel nostro Paese. 
In ogni caso, a lanciare “l’allarme” - vietato sorridere - è stata Lisa Raitt, ex influente ministro del precedente governo Harper, che delinea uno scenario inquietante per il nostro Paese, definendo peraltro il governo Trudeau un “regime” (siamo arrivati a questo). “Si tratta di un errore serio per il regime di Trudeau. Avrebbero dovuto semplicemente prendere una boccata d’ossigeno senza cercare di farsi pubblicità, perché questo non aiuta all’obiettivo generale del nostro Paese, che è l’accordo di libero commercio”. 
Ciò che Raitt non digerisce, peraltro, è soprattutto il taglio dell’articolo. Già il titolo lascia poco spazio all’immaginazione: “Perché lui non può essere il nostro presidente?”. Nel pezzo, Trudeau delinea la sua visione strategica su vari temi, dall’ambiente ai rifugiati, passando per i rapporti con gli States di Donald Trump e la sicurezza. E il giornalista Stephen Rodrick non si sottrae di certo dal fare un parallelo tra il primo ministro e il presidente. Resta tuttavia da capire come questo articolo possa avere un qualche peso sul negoziato del Nafta. 
A dare manforte alla Raitt ci ha pensato Andrew MacDougall dalle autorevoli pagine del Globe and Mail. L’ex direttore delle comunicazioni di Stephen Harper sottolinea come la celebrità di Trudeau faccia più gli interessi dello stesso Trudeau, che quelli del Canada. Niente a che vedere con il suo ex datore di lavoro - ci dice MacDougall - che non avrebbe mai accettato di essere sbattuto sulla prima pagina di Rolling Stone. Senza peraltro aggiungere che “stranamente”, in nove anni da primo ministro, non sia mai arrivata una richiesta in tal senso. 
Trudeau ha costruito le sue fortune politiche anche grazie a una determinata strategia comunicativa. Che può piacere o meno. Ma forse i conservatori dovrebbero indirizzare le loro critiche sulla sostanza, più che sulla forma, del “regime” di Trudeau, come dice Lisa Raitt. Sostenere che la presenza di Trudeau sulla copertina di Rolling Stone possa mettere in pericolo l’esito dei negoziati sul Nafta fa sorridere e, allo stesso tempo, alimenta nuove preoccupazioni sulla nostra classe politica e sulla tenuta del nostro Paese. Perché la qualità di una determinata democrazia si misura, da sempre, dalla qualità e dalla forza del partito - o dei partiti -di opposizione. E se la qualità è questa, c’è poco da stare allegri.
Il negoziato sul Nafta, che inizierà con il primo round dal 16 al 20 agosto, è un qualcosa di maledettamente troppo serio rispetto alle scaramucce estive di basso livello che si sono scatenate nelle ultime ventiquattrore. Dai sette round di negoziato potrebbe uscirne un Nafta stravolto, con conseguenze economiche pesantissime per tutti i canadesi. Anche per i conservatori. 
E allora sarebbe forse meglio che la Raitt e il capo del suo partito Andrew Scheer diano il via a un confronto aperto, trasparente leale e produttivo con gli esponenti del “regime” di Trudeau, per far sì che si arrivi al negoziato con una classe politica compatta in nome dell’interesse nazionale. 
E chissà. Magari tra qualche mese, o forse qualche anno, avremo anche Lisa Raitt sulla copertina di Rolling Stone.
TORONTO - “Non c’è una sola storia d’Italia ma, accanto a quella del territorio nazionale, si è sviluppata una storia degli italiani: tante storie degli italiani, quante erano le comunità trapiantate all’estero. La storia dell’emigrazione italiana è, prima ancora dell’Unità d’Italia, la storia unitaria del nostro popolo”. È un messaggio forte, pieno di dignità e orgoglio, quello lanciato ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella davanti alla comunità italiana di Buenos Aires. Un messaggio rivolto non solo ai connazionali emigrati in Argentina, ma anche agli italiani sparsi in giro per il mondo. Il capo dello Stato ha parlato di noi, di tutti noi, del trauma più o meno grande del dover lasciare la propria famiglia, i propri amici, il proprio Paese per andare a vivere dall’altra parte del mondo.
Nel suo parlare del contributo degli italiani alla creazione e allo sviluppo della società e dell’identità argentina non possiamo non fare un parallelo con quella italocanadese qui in Canada. 
Perché anche qui da noi la comunità italiana ha giocato un ruolo decisivo nella crescita del Paese e con i decenni ha lasciato un’impronta indelebile nel Dna canadese. 
Senza mai dimenticare, però, il legame con la madrepatria, che non si spezza per la lontananza ma anzi si rafforza proprio alimentato dalla distanza con l’Italia.    
Molto spesso la classe politica italiana si ricorda di chi ha deciso - per necessità o per semplice scelta personale - di andare a vivere in un altro Paese solamente quando ci avviciniamo alle elezioni: e così magicamente a Roma ritorna d’interesse la questione degli italiani all’estero. 
O a volte, come è successo alla vigilia del voto referendario, diventiamo il capro espiatorio per inadempienze che non dipendono da noi ma che nascono a  Montecitorio e Palazzo Madama. 
Il presidente Mattarella, con pacatezza e decisione, ha ricordato - magari dicendolo più rivolto in Italia - che siamo importanti anche noi, che non siamo cittadini di serie B, e che non dobbiamo, mai e poi mai, sentirci un po’ meno italiani dei nostri connazionali nel Belpaese.

TORONTO - Canadian Bacon è un film del 1995 di Micheal Moore. Scritto e diretto dal regista che qualche anno dopo sarebbe diventato l’autore dei più importanti documentari della storia americana, da Bowling for Columbine a Fahrenheit 9/11. Canadian Bacon è ambientato in un’America post guerra fredda, dove l’inquilino della Casa Bianca, con i sondaggi in picchiata, cerca disperatamente un modo per far crescere la propria popolarità. Un suo spregiudicato consigliere gli suggerisce di scaricare la pressione interna verso l’esterno, creando dal nulla una minaccia potenziale per gli Stati Uniti. Da qui, l’idea di identificare il Canada come un pericoloso Stato socialista, espansionista e guerrafondaio, intenzionato a invadere gli States. Moore, con spregiudicatezza, ironia e malizia gioca ovviamente su uno scenario paradossale per criticare e mettere a nudo fobie e paure degli americani che, seppur sopite, ogni tanto tornano a galla. Donald Trump, nelle ultime settimane, ha lanciato la sua personalissima operazione Canadian Bacon. “Gli allevatori del Wisconsin sono in ginocchio per colpa del Canada”, “il Canada si è approfittato per troppo tempo del Nafta”, “questa situazione con il Canada deve finire”, sono state alcune delle sue esternazioni contro il nostro Paese. Accompagnate dal via libera ai dazi doganali fino al 24 per cento sul legname canadese. Vedremo fino a che punto si spingerà il tycoon newyorchese. Certo, non ci aspettiamo di vedere la minacciosa “invincibile Armada” Usa ormeggiata davanti al porto di Halifax e pronta a colpire, ma è evidente che alla lunga i rapporti tra i due Paesi potrebbero guastarsi. Trump, in ogni caso, se ha voglia di farsi due risate potrebbe guardarsi il film di Moore. Scoprirà che il presidente, dopo il fallimento dell’operazione Canadian Bacon, cercherà di essere rieletto ma subirà un’umiliante batosta elettorale.

LA POLEMICA
 
TORONTO - Quando la base di un partito si ribella, non c’è decisione dall’alto che tenga. La conferma arriva dalle vicende politiche della scorsa settimana, quando a livello provinciale e federale nella corsa alla nomination nel Progressive Conservative e nel Partito Liberale i militanti delle sezioni locali hanno respinto con forza i candidati di partito, lanciando in messaggio forte e chiaro alle élite: le candidature vengono espresse, vagliate e decise dalla base e non paracadutate dall’alto. Per quanto riguarda Queen’s Park, bisognerebbe fare un applauso per il coraggio e il fegato di Sam Oosterhoff, appena 19enne e il più giovane deputato provinciale della storia dell’Ontario. Lo scorso autunno il ragazzo decise di candidarsi nella nomination tory nel distretto di Niagara dopo le dimissioni dell’ex leader Tim Hudak. Di fronte aveva Rick Dykstra, amico personale del leader Patrick Brown nonché ex deputato federale con una lunga esperienza alle spalle e Tony Quirk, consigliere regionale di Niagara e vice presidente del partito. Nonostante questo, Oosterhoff fu in grado di conquistarsi il sostegno della base, vincendo prima la nomination e poi le elezioni suppletive. La scorsa settimana, poi, nuovo voto per la nomination nel distretto, questa volta in vista delle elezioni provinciali del giugno 2018. Anche in questa occasione il 19enne si trovava di fronte Quirk. Sulla carta, Oosterhoff aveva l’appoggio ufficiale del leader - in precedenza infatti lo stesso Brown aveva dichiarato che avrebbe sostenuto tutti i suoi deputati uscenti - mentre in realtà da più parti è stato sottolineato come la dirigenza conservatrice remasse contro il giovane mpp, considerato scomodo per le sue prese di posizione sui temi etici non in linea con quelle di Brown. In ogni caso, Oosterhoff ha vinto nettamente la sfida e sarà lui il candidato del Progressive Conservative alle prossime elezioni.
Il discorso fatto per il giovane deputato provinciale vale anche per la vittoria, che ha del clamoroso, di Emmanuella Lambropoulos nel distretto di Saint-Laurent rimasto orfano di Stephan Dion dopo le dimissioni dell’ex ministro. Qui l’ufficio del primo ministro aveva puntato forte su un’altra candidata, l’ex deputata e ministra provinciale Yolande James. Ma anche in questo caso la base non ha accettato l’imposizione di un candidato scelto a tavolino dell’entourage del primo ministro e ha deciso di premiare una candidata di 26 anni senza alcuna esperienza politica alle spalle. 
Insomma, quanto successo nei distretti di Niagara e Saint-Laurent rappresenta un messaggio forte e chiaro per le dirigenze dei partiti canadesi: esiste un processo democratico che impone una scelta dal basso dei singoli candidati e la decisione di paracadutare dall’alto un candidato scelto da chi guida il partito viene vista dai militanti come una intollerabile ingerenza che non può e non deve essere accettata.
E se questo succede, lo fa con un immancabile strascico di polemiche, accuse e veleni che alla lunga indeboliscono il partito. È quanto successo nel riding di Markham-Thornhill, dove la candidata del primo ministro Mary Ng ha conquistato la nomination scatenando un polverone senza precedenti. Gli altri candidati hanno accusato il partito di aver arbitrariamente imposto una deadline retroattiva per la distribuzione delle nuove tessere, favorendo la Ng. Accuse queste che potrebbero avere gravi ripercussioni alle prossime elezioni suppletive di aprile, dove la Ng dovrà vedersela con Gregory Hines (Ndp) e il conservatore Ragavan Paranchothy.
TORONTO - Il compito della legge elettorale è molto semplice, almeno sulla carta: tradurre in seggi il voto degli elettori. Semplificando, possiamo dire che esistono due sistemi chiave: quello maggioritario e quello proporzionale. In mezzo, troviamo una miriade di ibridi, tra proporzionali con premi di maggioranza, o maggioritari con una quota proporzionale e decine di sistemi misti. La legge elettorale maggioritaria - che a sua volta è a turno unico, tipica del mondo anglosassone, o a doppio turno, come quella in vigore in Francia - ha un pregio e un difetto. Il pregio è quello di garantire, almeno in linea teorica, una maggiore governabilità per la forza politica che vince le elezioni. Molto spesso per il primo partito è sufficiente ottenere la maggioranza relativa dei voti per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. È il caso del Canada: alle ultime elezioni i liberali di Justin Trudeau hanno ottenuto il 39,5 per cento del voto popolare, ma avendo vinto nella maggior parte dei seggi, hanno ottenuto la maggioranza assoluta alla House of Commons.
Il difetto di questo sistema è il deficit di rappresentatività: un partito può ottenere anche milioni di voti, ma se non riesce a vincere nemmeno in un distretto elettorale, non ha diritto neanche a un deputato. È il caso dei Verdi in Canada, che per anni non sono riusciti a entrare in parlamento nonostante un significativo consenso nel Paese. 
I sistemi proporzionali sono l’esatto opposto: garantiscono rappresentatività ma limitano la governabilità. Il proporzionale puro è un’istantanea dei rapporti di forza partitici e traduce alla lettera la forza elettorale di un partito nei seggi che gli spettano in parlamento. Senza una correzione in senso maggioritario, questo sistema - in apparenza più democratico - è destinato a produrre instabilità di governo. Ecco allora che sono stati pensati e approvati in tutto il mondo sistemi misti, che cercano di coniugare i pregi del maggioritario con quelli del proporzionale: ma i risultati spesso non sono stati troppo incoraggianti.
Il Canada ha sempre avuto un sistema maggioritario a turno unico. Trudeau nella sua piattaforma programmatica aveva promesso al Paese la svolta, ma è stato costretto a rimangiarsi la parola. “Scarso interesse da parte degli elettori”, è stata la sua giustificazione, “nessuna convenienza a cambiare” dicono i maliziosi, che sottolineano come con l’attuale sistema, arrivando attorno alla soglia del 40 per cento, si può legittimamente aspirare ad arrivare a un governo di maggioranza.
In Italia, dopo cinquant’anni di monolitica presenza del proporzionale che produsse il Pentapartito - con qualche sporadico e azzardato salto nel buio, vedi la famigerata Legge Truffa del 1953 - nel 1993 si arrivò al Mattarellum che spazzò via la vecchia classe dirigente e i partiti tradizionali: la legge era maggioritaria con una correzione (25% dei seggi) proporzionale. Poi, dal 2005 al 2015 si è avuto il Porcellum, quindi l’Italicum, entrambe bocciate in parte dalla Corte Costituzionale. E ora si dibatte sulla nuova riforma. 
Sia che si senta l’esigenza politica di cambiare la propria legge elettorale, sia che si ritenga più utile salvare lo status quo, vale la pena ricordare ancora una volta che non esiste un sistema elettorale perfetto. Puntare sulla governabilità, preferire la rappresentatività, o cercare un giusto compromesso tra queste due esigenze sono tutte posizioni legittime. A patto che la traduzione del voto non costituisca un cortocircuito democratico, come è avvenuto negli Stati uniti. Dove per l’elezione del presidente - e non quella dei rappresentanti del Congresso - è ancora in vigore l’arcaico sistema di voto dei grandi elettori o delegati distribuiti nei vari Stati, che portano al paradosso di uno sconfitto - Hillary Clinton - che prende quasi 3 milioni di voti in più rispetto al vincitore, Donald Trump. Quella è l’unica strada che Canada e Italia devono evitare di percorrere.