Corriere Canadese

Toronto - A mettere in discussione l’esistente ci hanno provato in tanti: le avanguardie, gli anarchici, gli architetti, persino certi scienziati guardano al reale cercando di svincolarsi dagli schemi per proporre soluzioni originali. Anche nel teatro qualcosa si muove: ne è un esempio il “DopoLavoroTeatrale” (DTL), che, nato a Firenze e ora operativo a Toronto, sarebbe fuorviante definire “compagnia”. Ne è fondatore Daniele Bartolini, che racconta al Corriere i suoi nuovi progetti, in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura e il Theatre Centre.
Partiamo da “The Apartment”, un esperimento appena concluso nel seminterrato dell’Istituto: senza rovinare la curiosità del pubblico, come può descriverlo?
«“The Apartment” è pensato per un solo spettatore, che diventa il protagonista: questi viene lasciato solo per quaranta minuti in un ambiente in cui scopre la vita di un immigrato italiano arrivato da poco in Canada e che non riesce a integrarsi né a trovare lavoro per problemi prima di tutto linguistici. È una performance che definirei “neorealista” – e ci sono in effetti molte citazioni cinematografiche, tra cui da “Umberto D.” di Vittorio De Sica. Come nel film, non accade niente di preciso: è una storia di solitudine che si svela attraverso dettagli, spezzoni di vita.»
Presto sarete “in scena” (anche in questo caso le virgolette sono d’obbligo) con un altro esperimento, “Waves”, dal 19 al 29 giugno al Theatre Centre. 
«Come dice il titolo, il progetto è basato sulle “onde”, traiettorie dell’immigrazione con attori e veri migranti, tutti con esperienze diverse: chi è arrivato da bambino, chi ora, con europei, siriani, armeni, libanesi, iraniani… È una collezione delle loro storie da cui il pubblico sarà sommerso e su cui io per primo, in quanto immigrato, ho riflettuto, pensando ad esempio al concetto di casa (in Canada? o in Italia?).»
Cosa guida la vostra ricerca?
«Ho sempre voluto mettere in discussione la forma. Stanco di spettacoli a cui partecipavano solo gli addetti ai lavori, ho avviato un’operazione di sottrazione estrema, interrogandomi prima sul ruolo dell’attore e sul suo legame con un copione scritto (Carmelo Bene parlava di “morto orale”), quindi sull’esistenza stessa del teatro come luogo necessario alla performance. Ora ci siamo spostati sulla città. DLT pensa a dei viaggi in cui lo spettatore si perde e, senza sapere dove sarà condotto, andrà alla scoperta di Toronto, usando la TTC, entrando in luoghi insoliti e relazionandosi di persona con altri esseri umani (e non attraverso la mediazione della tecnologia). L’intera drammaturgia è strutturata come un contenitore aperto, soggetto anche a imprevisti.»
Non sarà stato facile trovare degli attori disposti ad accettare questo approccio.
«Ho scelto i miei collaboratori qui a Toronto (Danya Buonastella, Rory de Brouwer e Joslyn Rogers), in aggiunta a quelli italiani (Chiara Fontanella e Matteo Ciardi), dopo averli visti sul palcoscenico. Non è un lavoro semplice, molti attori vogliono le loro battute; con noi non si tratta di semplice improvvisazione, ma di essere “all’improvviso”: qualcosa deve succedere con un compagno di scena sempre diverso. Quando incontriamo l’arte, di solito andiamo in cerca di uno specchio di noi stessi: io invece cerco di mostrare come lo spettatore possa diventare specchio dell’artista, che a sua volta si scopre.»
Quali sono le reazioni dei partecipanti?
«Tutte diverse, ognuno ha la propria. Abbiamo attirato soprattutto persone che non vanno a teatro, che non frequentano abitualmente l’ambiente artistico, mentre sono interessate all’arte che va verso di loro: sono i loro occhi a diventare la telecamera di quella specie di film che girano in diretta.»